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Comune di Meduna di Livenza

Meduna di Livenza

Via Vittorio Emanuele 13 - 31040 - Meduna di Livenza (TV)
Veneto

tel: 0422 767001 fax: 0422 767728

e-mail: segreteria@comune.medunadilivenza.tv.it
pec: segreteria.comune.medunadilivenza.tv@pecveneto.it
web: www.comune.medunadilivenza.tv.it

Storia

I Veneti
E’ imbarazzante raccontare la storia di Meduna cominciando da un’epoca in cui il territorio forse neppure era abitato. Non è possibile essere precisi e documentati; qualche volta saremo costretti a ricorrere a ipotesi più o meno convincenti. La narrazione parte dai tempi della fondazione di Roma (753 avanti C.). I veneti occupavano il territorio delle Tre Venezie; Oderzo già esisteva. Ma nel 400 a. C. piombarono in Italia i Galli, popolo di origine celtica . I Galli costrinsero i Veneti ad abbandonare parte dei loro territori e a ritirarsi ai margini dell’Adriatico. Dopo di allora i Veneti vissero in pace soltanto nella pianura compresa fra l’Adige, il Livenza, le Prealpi e il mare. Però la presenza dei Veneti è segnalata anche altrove. Il più importante centro abitato dai Veneti era la città di Este. I Veneti erano abili navigatori anche in mare aperto; allevavano pecore e una razza pregiata di cavalli; coltivavano la terra e conoscevano l’uso dell’aratro; avevano lingua ed alfabeto propri; erano religiosi. Dopo l’invasione gallica, i Veneti ad oriente si trovarono a vivere a fianco a fianco con i Galli–Carni e ad occidente con i Galli–Cenomani. I Veneti furono alleati fedeli dei Romani nelle guerre contro i Galli e contro i Cartaginesi. Nello scontro fra Cesare e Pompeo, i Veneti parteggiarono per Cesare; dopo l’assassinio di Cesare, si schierarono contro i congiurati.
La mutara
In territorio medunese fino ad oggi nessuno ha mai trovato e saputo identificare oggetti attribuibili alla civiltà degli antichi Veneti. Però in territorio di Barco (comune di Pravisdomini), che confina con Mure, fino al 1980 c’era un luogo chiamato “la mùtara” oppure “mutarata”. La mùtara si elevava sul territorio circostante per circa 5 metri, come una collinetta, ed occupava uno spazio di circa 300 metri quadrati; era formata da argilla molto pallida e da “carant” (ossia argilla pietrificata). Durante lo spianamento non è emerso nulla che potesse attirare curiosità; però non era presente alcun esperto . A circa un chilometro dalla mùtara, in territorio di Mure, c’è il “bujeron” che è una sorgente d’acqua oleosa e gas di palude. E’ noto che gli antichi Veneti celebravano riti religiosi in luoghi caratteristici come la mùtara e presso fonti termali . Credo si possa fare l’ipotesi che gli antichi Veneti celebrassero riti religiosi tra Mure e Barco.
La romanizzazione del territorio
Dal tempo delle lotte contro i Galli, la penetrazione romana nel territorio dei Veneti si fece sempre più consistente. Gradualmente i Veneti assimilarono la cultura romana e perdettero la propria. Attorno all'anno 200 a.C., senza drammi, i Veneti da alleati divennero sudditi dei Romani.
Gli abitanti del nostro territorio acquisirono la cittadinanza romana, con relativi diritti e doveri, soltanto dopo il 50 a. C. Contribuirono in modo determinante alla romanizzazione del nostro territorio i seguenti fatti.
La fondazione di Aquileia
A oriente del territorio dei veneti si erano stanziati i Galli–Carni che preferivano abitare tra i monti e nel folto dei boschi. Lo storico Tito Livio narra che l'anno 186 a.C. i Galli–Carni si insediarono anche nel territorio aquileiese. I Romani se ne preoccuparono perché quell'insediamento costituiva un ostacolo alla loro espansione verso il nord. Dapprima trattarono e poi occuparono con la forza il territorio. Nel 183 il Senato Romano decretò la fondazione della colonia di Aquileia e due anni dopo i legionari edificarono la città.
Via Postumia e via Annia
Chi osserva la carta geografica dell'Italia settentrionale nota subito il maestoso anfiteatro delle Alpi. Quei monti e quelle valli erano abitati dai Galli–Celti tradizionalmente ostili verso i Romani. Per assoggettarli, i Romani nel 148 a.C. costruirono una strada che, partendo da Genova, attraversava tutta la pianura padana e, dopo aver toccato Piacenza, Cremona, Verona, Treviso, e Oderzo, arrivava fino ad Aquileia.
La Postumia incrociava antichi viottoli già percorsi dai Veneti e, in seguito incrocerà strade romane. L'anno 132 a.C. fu costruita via Annia che, diramandosi da via Emilia, passava per Altino e raggiungeva Aquileia. Via Postumia e via Annia erano collegate fra loro dal Livenza.
Le regioni
Dopo la vittoria di Filippi (42 a.C.), i triunviri Antonio, Ottaviano e Lepido divisero l'Italia in undici regioni. Il nostro territorio fece parte della decima regione denominata "Venetia et Histria" (le Venezie e l'Istria) . Ottaviano (che nel 27 a.C. diventerà imperatore e assumerà il titolo di Augusto) resse personalmente la regione "Venetia et Histria".
Colonia Concordia Julia
Le regioni, a loro volta, furono suddivise in territori omogenei detti Colonie che facevano capo ad un centro urbano. Il territorio medunese fece parte della colonia Concordia Julia. La città Concordia Julia, fondata intorno al 42 a.C., si trova a metà strada fra Altino e Aquileia, vicino al punto dove le vie Postumia e Annia si congiungevano.
Il territorio della colonia Concordia Julia, cioè l'agro concordiese, si estendeva dalle Prealpi all'Adriatico e tra i fiumi Livenza e Tagliamento.
Sono all'incirca gli stessi confini della diocesi di Concordia-Pordenone.
La centuriazione dell'agro concordiese
Dopo la fondazione di Concordia Julia, i Romani procedettero alla "centuriazione" dell'agro concordiese. Dopo i Romani, in Italia, in duemila anni, nessuno governo realizzò progetti altrettanto funzionali e grandiosi. Immaginate un gruppo di geometri (gromatici) impiegati nella ricerca del centro geografico del territorio da centuriare. Dopo averlo individuato, tracciano una linea retta da nord a sud (kardo maximus - cardo maggiore) un'altra da est a ovest (decumanus maximus – decumano maggiore). Ne risulta una grande croce.
Parallelamente al decumano, ogni 3550 metri tracciano strade minori dette saltus oppure decumani minori. Il territorio compreso tra le strade viene bonificato e diviso in perfetti quadrati detti centurie (20 x 20 actus, cioè m. 710 x 710 che corrispondono a circa 50 ettari).
Ogni centuria viene suddivisa in 4 o 5 poderi (praedia) di 12 ettari e mezzo oppure di 10 ettari. Attorno alle centurie si snodano viottoli e fossati.
I viottoli e, soprattutto, le strade che dividono i gruppi di centurie costituiscono la viabilità minore della Colonia. Evidentemente il piano descritto veniva attuato tenendo conto delle strade esistenti e dei fiumi. L'agro concordiese era orientato 40° nord-est.
I poderi dell' agro concordiese, molto probabilmente, furono assegnati ai veterani della battaglia di Filippi. Il prof. L. Bosio, noto studioso delle centuriazioni dell' agro concordiese, esprime il parere che la strada Traffe-Pasiano ecc. (che segna un tratto di confine del comune di Meduna con Pasiano) corrisponda all'antico decumano maggiore dell' agro concordiese.
Meduna in epoca romana
Per scoprire in qual modo e misura la civiltà romana ha plasmato il territorio medunese, ci serviremo delle poche testimonianze che fino ad oggi siamo riusciti a raccogliere.
Reperti archeologici
Sono stati trovati vari frammenti di materiale fittile di origine romana in via Roma, Corteabbà e Mure. Su alcuni laterizi si può ancora leggere il marchio di fabbrica.
Uno reca il marchio "C. CO. VE.S." (le lettere sarebbero l'abbreviazione di Cai Coeli Verna Serus); altro reca il marchio "T.ATI.
PAETI.CONCO." (Titi ATI PAETI CONCOrdiensis); altro laterizio reca la scritta VARISTI. Sono i nomi dei proprietari delle fornaci.
Un ritratto di uomo maturo, ritrovato in territorio medunese, benché corroso e mancante del naso rivela caratteri anatomico-stilistici abbastanza leggibili. E' conservato nel museo di Oderzo.
Una colonna ritrovata a Mure, di granito proveniente da cava piemontese, alta m. 1,72, diametro maggiore m. 0,45, diametro minore m. 0,44.
A Brische (frazione di Meduna) è stata trovata una moneta dell'imperatore Marco Aurelio.
In luogo imprecisato due monete dell'imperatore Giustiniano.
I toponimi (nomi di luoghi)
"Alla fine del secolo scorso nel territorio di Meduna esisteva ancora un tratto di strada denominata Postioma, oltre ad un ponte dello stesso nome. Il Comune è attraverso ancor oggi dal canale Postumia che scorre tra Mure e il centro della borgata e riceve nella parte superiore le acque del Sile e del Fiume; nel corso inferiore invece perde il suo nome per assumere quello di canale Malgher" (A. C. Pizzin – Meduna di Liv. e la sua storia pag. 29). Anche oggi la strada che dal capoluogo porta a Mure si chiama via Postumia; come pure la statale n. 53, cioè la Oderzo-Portogruaro, si chiama via Postumia.
Siamo circondati da toponimi di origine romana, come ad esempio: Lorenzaga, cioè podere di Laurentius; Pasiano, cioè podere di Pacilius; Annone, cioè "ad nonum" (= al nono cippo miliario). Il toponimo che fa più riflettere è il nome di Mure (in latino classico murae; in latino medioevale mures). Non si dà un nome simile ad un prato, bensì ad un luogo in cui ci sono muri, anche se sono muri cadenti.
Una mappa
E' conservata presso l'archivio di stato di Vienna una mappa denominata "Carta Peutingeriana" . Fu ricopiata nel Medioevo da un documento cartografico antico. Non è in scala e contiene evidenti imprecisioni. Disegna la viabilità e i centri urbani principali del tardo impero.
In detta mappa è segnata una strada che da Oderzo porta a Concordia senza inoltrarsi tra le colline della pedemontana.
Il punto in cui la strada attraversa il Livenza sembra trovarsi nel nostro territorio.
Ipotesi possibili e probabili sul percorso della Postumia
E' accertato che il territorio di Meduna era compreso nel grande piano di centuriazione dell'agro concordiese e che il territorio medunese era attraversato da una strada romana.
Di quale strada si tratta?
Poteva essere la Postumia, oppure una strada di collegamento Oderzo-Concordia, oppure un decumano minore (saltus). Quanti hanno scritto su Meduna (L. Rocco, P. Paschini, E. Degani, A. C. Pizzin, M. Peressin, A. C. Giacinto, E. Bellis) concordemente riconoscono che la Postumia attraversava il territorio dell'attuale comune di Meduna.
Però c'è anche chi afferma che la Postumia da Oderzo arrivasse a Settimo di Portobuffolè e, proseguendo ai margini dei Camolli, si inoltrasse nella zona pedemontana (P. L. Faccaro, P. L. Zovastto, A. Moret).
E' ipotizzabile che la Postumia – costruita quale strada di collegamento rapido tra Genova e Aquileia – non seguisse a rigor di logica un percorso tanto tortuoso. E' più probabile che la strada Oderzo-Settimo-pedemontana fosse una diramazione della Postumia. Alla luce di quanto sopra premesso non si commette errore affermando che la Postumia, dopo aver superato il Livenza tra San Giovanni di Motta e il "sacconet" di Meduna, attraversava seguendo un rettilineo, Corteabbà, Mure, Azzanello fino a raggiungere il vecchio centro di Annone.
La distanza tra Oderzo ed Annone, seguendo il percorso descritto, è di 9 miglia romane (= Km. 13,320). Come già detto, il nome Annone deriva da "ad nonum", cioè al non cippo miliario…da Oderzo.

Lungo il percorso descritto sono stati trovati:

- sulla facciata della chiesa di S. Giovanni di Motta, una "aedicula funeraria" romana;
- sotto il pavimento del presbiterio, un possente muro di epoca romana;
- in territorio medunese, nella proprietà Zamuner (via Molini), numerosi frammenti di laterizi, fra cui alcuni con il marchio di fabbrica ;
- presso le ex scuole elementari di Mure e nell'attigua casa Vello (via Pascoli) vari frammenti di laterizi e vasi di creta;
- a Mure, in via S. Domenico, la colonna di marmo;
- ad Azzanello numerosi reperti di cui fu data notizia fin dal 1878.
Sulla colonna di Mure
La colonna di mure ha suggerito all'ing. F. Pescarolo, esperto di archeologia una suggestiva ipotesi.
La colonna non è l'intera colonna. L'intera colonna era alta 8/10 volte il suo diametro (cioè metri 3,50/4,00) era sormontata dal capitello; è di stile dorico.
L'ing. Pescarolo ritiene che la colonna appartenesse al pronao di un tempietto pagano; che detto pronao fosse formato da 4 colonne le quali sorreggevano il timpano. Dietro il pronao c'era l'aula che alloggiava la statua del dio o della dea.
Il tutto come appare dal seguente disegno.
La località in cui si trovava la colonna si chiama Mure.
Mure ... di che cosa? Murae templi, ossia muri di un tempio ormai distrutto.
Si sa che le leggi emanate dai successori di Costantino contro il culto pagano furono varie e sempre più severe. Le più recenti prescrivevano persino di demolire i tempi pagani e di bruciare gli idoli.
Quel nome Mure e la colonna nascondono un dramma che si consumò nel IV secolo d.C.: il dramma di un tempio pagano distrutto.
Fine delle centuriazioni romane
Le centuriazioni si deteriorarono nel tardo impero per cause naturali e per cause politiche.

Cause naturali
L'alveo dei fiumi gradualmente si sollevò; sempre più frequenti furono le alluvioni e nelle basse pianure si estese sempre di più la palude.
Nel 589 (secondo altri nel 596) una spaventosa alluvione, che i contemporanei paragonarono al diluvio, fece straripare tutti i fiumi del Veneto che seppellirono sotto il fango quanto ancora restava delle centuriazioni romane. In quell'occasione molti fiumi cambiarono corso. Contribuì al degrado del territorio la mancanza di agricoltori dovuta al forte calo demografico.
Dal tempo delle prime invasioni barbariche fino alla seconda metà del secolo decimo, le aree coltivate si ridussero sempre di più, i boschi e le paludi si estesero. Alla fine delle invasioni degli Ungari il nostro territorio aveva l'aspetto selvaggio pre-romano. Cause politiche
Le orde barbariche scese in Italia, quasi tutte attraverso il Friuli e il Veneto Orientale, portarono distruzione e morte. Nel 410 scesero i Visigoti guidati da Alarico (misero a sacco Roma). Nel 452 gli Unni, guidati da Attila, percorsero via Postumia e distrussero Aquileia, Concordia, Oderzo, ecc..
Nel 476 gli Eruli, guidati da Odoacre, deposero l'ultimo imperatore romano e così ebbe fine l'Impero Romano d'Occidente. Nel 488 scesero gli Ostrogoti, guidati da Teodorico. 
Nel 553 i territori lungo la costa adriatica furono occupati, per conto dell'imperatore romano d'oriente, dai Bizantini. Anche Oderzo fu soggetta ai Bizantini.
Nel 568 scesero in Italia i Longobardi, guidati da Alboino. Evitarono Oderzo perché saldamente presidiata dai Bizantini. Ma nel 640 Rotari riuscì a impossessarsi di Oderzo e la saccheggiò.
Nel 667 re Grimoaldo la rase al suolo.
I Longobardi dominarono l'Italia per quasi 200 anni. Divisero i territori occupati in Ducati. Il territorio friulano che si estendeva fino al Livenza fece parte del Ducato Foroiuliese con capitale Cividale.
La divisone territoriale attuata dai Longobardi non fu più modificata fino alla caduta della Repubblica Veneta (1797).
Per i medunesi è importante ricordare che, tra il 741 e il 749, tre nobili longobardi fondarono l'abbazia di Santa Maria in silvis (Sesto al Reghena) i cui possedimenti si estesero fino al Malgher, Mure e Corteabbà.
L'anno 774 Carlo Magno, re dei Franchi, sconfisse Desiderio, ultimo re dei Longobardi. I Franchi, subentrati ai Longobardi, crearono la Marca del Friuli. Ai re franchi subentrarono gli imperatori germanici.
Dopo un secolo di relativa calma, nel 889, scesero dal nord gli Ungari barbari e feroci. Le loro periodiche invasioni si protrassero per circa mezzo secolo.
La devastazione del nostro territorio non si può descrivere.
Salomone di Costanza, che nel 904 visitò l'Italia, lasciò scritto: "Ci stanno dinanzi le città italiane prive di cittadini e i campi desolati perché privi di coltivatori. Le pianure biancheggiano delle secche ossa degli uccisi: non credo che i vivi eguaglino il numero dei morti in guerra".
Origine del castello di Meduna
Cessate finalmente le invasioni degli Ungari, le nostre popolazioni si diedero con rinnovato fervore a riparare i danni subiti. A difesa contro altre possibili invasioni "sorsero da per tutto rocche e castella in tanto numero che sembravano una selva" (L.A. C. Muratori in "Annuali d'Italia").
"Perciò è da credere che nel territorio della diocesi nostra (Concordia) sorgessero intorno a quell'epoca i castelli di Maniago, di Castelnuovo, di Aviano, di Montereale, di Torre, di Pinzano, di S. Stino e della Meduna".
Il palazzo del governo de "La Meduna"
Sulla riva sinistra della Livenza, lungo la strada che da Motta conduce a Pordenone, si trova Meduna di Livenza. Il centro urbano mostra segni di un'antica nobiltà; case e strade fanno da contorno al grande palazzo che dal 1984 è diventato sede comunale e centro di attività socila e culturali.
Si tratta di un felice ritorno perché quel palazzo per secoli fu la sede del governo di un feudo che si estendeva su un territorio assai più esteso dell'attuale Comune.
L'imponente edificio è costituito dalla fusione di quanto resta dell'antico castello con il palazzo dei Patrizi Veneti Michiel della Meduna.
I resti del castello medioevale si trovano nel lato sud-est. Si distinguono dalla cornice a dente di sega sotto il tetto e da una serie di finestre con arco romanico che sono certamente del sec. XIII.
A quei muri è legata la parte più importante della storia di Meduna.
Meduna nel medioevo
Il castello di Meduna sorse attorno all'anno Mille per iniziativa dei patriarchi di Aquileja, probabilmente sulle fondamenta di una rocca di parecchi secoli più antica.
Si tenga presente che, all'epoca della costruzione del castello, un ramo della Meduna, dopo aver raccolto le acque del Fiume e del Sile, correva dentro il letto del Sambellino. In tal modo il castello di Meduna veniva trovarsi tra due grossi corsi d'acqua: la Meduna e la Livenza.
Durante il medioevo, fino al 1420, il Patriarcato di Aquileja non era soltanto un'istituzione ecclesiastica, ma uno Stato che si estendeva all'incirca quanto l'attuale regione Friuli-Venezia Giulia. Il confine ovest dello Stato Patriarcale, per gran parte, era segnato dalla Livenza.
A difesa di questo confine si ergevano i castelli di S. Stino, Meduna, Sacile, Caneva ed altri.
Il primo documento che esplicitamente nomina il castello di Meduna è del 1223 . In altri documenti dello stesso anno sono ricordate la casa del Patriarca in Meduna e la chiesa.
Attorno al castello sorgevano le modeste abitazioni di quanti avevano l'obbligo di prestazioni nel castello e verso il Patriarca. Queste abitazioni costituivano il borgo. È significativo notare che in un documento del 1702 si ricorda ancora che quella parte di Meduna si nominava anticamente "li Borghi".
La prima famiglia insediata nel castello, secondo il costume del tempo, prese il nome dal castello stesso: si chiamò "Di Meduna" . Il castello non era un edificio privato, ma la sede del governo feudale, l'abitazione del feudatario e, in caso di pericolo, luogo di rifugio per la popolazione.
Meduna apparteneva al genere dei feudi d'abitanza e, pertanto, il castellano aveva l'obbligo di risiedervi; era una gastaldia, dipendeva direttamente dal Patriarca ed era amministrata da un funzionario patriarcale detto gastaldo.
Durante l'epoca patriarcale la gastaldia di Meduna estese gradualmente la sua giurisdizione sui seguenti luoghi: Methuna la villa, Pasian di Sotto, Azzanello, Brischi, Squarzareto, More, Masi, Cordohabat, Quartarezza, Danon, Cydrugno, Pra Maior, Pra di Pozzo, Zoppina, Oltrefossa, Spadacenta, Sotto la Motta.
Meduna mandava suoi rappresentanti al Parlamento dello Stato Patriarcale ed aveva l'obbligo, in caso di guerra, di fornire un determinato numero di gente armata.
Nel governo del feudo e nell'amministrazione della giustizia, il gastaldo era assistito dagli astanti, carica ereditaria detenuta da alcune famiglie (non più di tredici).
Nei pressi del castello c'erano la "beccarla", l'osteria e il forno; entro la cinta muraria, dal 1363, annualmente si svolgevano due fiere franche.
I servi della gleba allevavano bestiame, andavano a legna nei boschi e aravano i migliori appezzamenti di terra, ma non conoscevano il grano turco, le patate e tante varietà di frutta.
I servi di masnada erano addetti ai vari servizi nel castello.
Poiché il castello e il territorio del feudo di Meduna si trovavano ai confini dello Stato Patriarcale, furono fatalmente coinvolti in fatti di guerra.
Nel 1305 Rizzardo da Camino occupò Caneva, Sacile e altri territori dello Stato Patriarcale. Andati a vuoto i tentativi per comporre pacificamente la vertenza, il Patriarca Ottobono mosse guerra a Rizzardo. Fece gettare un ponte sulla Livenza nei pressi del castello di Meduna con l'intenzione di invadere il territorio del nemico, ma incontrò fiera resistenza. Il ponte non fu portato a termine e molti furono i morti e i prigionieri dall'una e l'altra parte. I combattimenti cessarono per l'avanzare della stagione fredda. I Da Camino, che già possedevano Motta, ebbero sempre mire su Meduna. Negli anni 1326 e 1327 per avere Meduna ordirono una congiura corrompendo i castellani di Meduna e quelli di Panigai. La congiura fu scoperta e i congiurati, perché rei di fellonia, furono banditi dal territorio.
I Da Camino finalmente ottennero dal Patriarca Pagano della torre la gastaldia di Meduna, ma l'ebbero par poco tempo perché il nuovo Patriarca Bertrando, nel 1336, li costrinse a restituirla.
Dal 1381 al 1388 lo Stato Patriarcale fu dilaniato da discordie interne tra fautori e avversari del Patriarca Filippo d'Alençon. Gli avversari del Patriarca si unirono in una lega denominata Felice Unione appoggiata da Veneziani e dagli Scaligeri signori di Verona; i fautori del Patriarca erano appoggiati dagli Ungheresi e dai signori di Padova, i Da Carrara.
La gastaldia di Meduna si schierò dalla parte del Patriarca, ma nel 1385 e 1386, per cause che non si conoscono, passò dalla parte della Felice Unione.
Per questo fatto fu duramente punita. Nel novembre 1386 le truppe di Facino Cane, condottiero al soldo dei fautori del patriarca, dopo aver occupato Sacile e aver risparmiato il castello di Prata dietro compenso di denaro, "si gettarono su Meduna e la presero d'assalto, mettendola a ferro e fuoco, commettendo in quell'infelice terra grandi iniquità e scelleratezze" (F. di Manzano – Annali del Friuli).
"Il 17 gennaio seguente la compagnia di Facino Cane era ancora di stanza a Meduna; quei di Prata, profittando del momento che il condottiero stava nei pressi di Udine, assalirono la borgata e, non essendovi presidio sufficiente a difenderla la misero a sacco e a fuoco, bruciando anche la rocca con le poche case rimaste che spianarono completamente… Così il paese fu due volte distrutto a causa le rivalità dei maggiori contendenti".
Meduna non si era ancora ripresa dalle ferite, quando lo Stato Patriarcale fu scosso da altre gravi discordie interne. Nel 1409 papa Gregorio XII, il veneziano Angelo Correr, depose il Patriarca d'Aquileja Antonio Pancera suscitando un vero pandemonio. I castellani di Polcenigo, Porcia, Brugnera, Prata e S. Vito appoggiarono la decisione papale, mentre Meduna (retta da un gastaldo, cioè un funzionario patriarcale) si schierò dalla parte del deposto Patriarca.
Nel maggio dello stesso anno il Papa per raggiungere Cividale sceglie il seguente itinerario; giungere per via fluviale a Torre di Mosto, proseguire per terra passando per Corbolone, Lorenzaga, Muggia, Meduna e Rivarotta e prendere alloggio nel ben munito castello di Prata. Per scongiurare il pericolo che i Medunesi ostacolino il viaggio del Papa, qualche giorno prima dell'arrivo del pontefice, i conti di Prata occupano con la forza il castello di Meduna. Dopo il Passaggio del Papa il castello resta nelle mani dei conti di Prata.
Nel giugno dell'anno seguente Natale Pancera, fratello del Patriarca deposto, assieme a Bartolomeo di Maniaco, "di notte, con i loro seguaci, si portarono da Portogruaro a Meduna per terra e per acqua. Tagliati i legami del ponte, al suono delle trombe, penetrarono in paese, si portarono sotto le mura del castello e lo attaccarono vigorosamente, costringendo i difensori alla resa.
Durante il combattimento vi furono due morti ed alcuni feriti; venticinque uomini furono fatti prigionieri e condotti in carcere a Portogruaro. La terra fu saccheggiata; circa duecento case vennero predate ed incendiate. Solo la chiesa fu risparmiata".
Il fatto suscitò profonda indignazione in tutto il Friuli
Lo Stato Patriarcale ormai era all'agonia.
Venezia, desiderosa di espandersi in terra ferma, vedendo che i tempi erano maturi assoldò nel 1418 il capitano di ventura conte Filippo Arcelli e lo mandò contro il Friuli.
In breve ad uno ad uno tutti i castelli capitolarono o fecero atto di sottomissione a Venezia. Meduna passò all'ombra del gonfalone di S. Marco il 29 maggio 1420.
Sotto la Repubblica di Venezia (1420-1797)
Ora Meduna non è più terra di confine; il castellano non é più un funzionario patriarcale; purtroppo dopo tante sciagure, il centro urbano è ridotto a un cumulo di macerie.
La gastaldia di Meduna viene incamerata dal fisco della Repubblica che lo assegna, dietro pagamento, ad un fedele suddito col titolo di capitano.
Saggiamente Venezia concede autonomia amministrativa a quello che fu dello Stato Patriarcale e che, d'ora in poi, verrà chiamato Patria del Friuli; conserva il Parlamento friulano che non sarà più presieduto dal Patriarca bensì dal Luogotenente del Patriarca del Friuli. Meduna conserva il diritto di mandare suoi rappresentanti al Parlamento friulano. Il capitano di Meduna, nel governo del feudo e nell'amministrazione della giustizia, è assistito, come prima, dagli astanti della comunità.
Il 22 maggio 1455 vengono investiti del feudo di Meduna i Patrizi Veneti Michiel, i quali, da allora saranno chiamati Michiel della Meduna. A differenza dei gastaldi patriarcali, i Michiel potarnno trasmettere il feudo ai figli[1].
Il tempo in cui i Michiel governarono il feudo di Meduna fu certamente un tempo di progresso. Il centro urbano, devastato durante le ultime tragiche vicende dello Stato Patriarcale, fu interamente rifatto; dell'antico centro medioevale restarono soltanto una parte del castello e il campanile; anche il suolo per potersi meglio difendere dalle alluvioni, fu elevato di circa un metro.
Si hanno motivi per credere che la prima abitazione dei Michiel in Meduna sia stata danneggiata e poi distrutta a causa della feroce e fulminea incursione dei turchi avvenuta nel 1477.
Il palazzo ora sede comunale fu fatto costruire dai Michiel nella prima metà del 1500 e fu rimaneggiato più volte in tempi successivi. Sulla facciata, fino a poco tempo fa, capeggiava uno stupendo stemma dei Michiel; sulla fontana che adorna il cortile c'era un altro stemma formato dall'unione dell'arma dei Michiel con quella dei Querini. Ambedue gli stemmi sono conservati all'interno del palazzo. Di fronte al palazzo comunale c'è il palazzo Saccomani, anch'esso, un tempo, proprietà dei Michiel[2].
Il governo del feudo aveva sede a palazzo Michiel. Faceva parte del palazzo la loggia (distrutta dopo il 1843) dove si tenevano le riunioni delle comunità e si trattavano le cause civili e penali; cera la cancelleria con gli armadi contenenti le "scritture"; c'era una scuola pubblica[3]; c'era l'alloggio per i commilitoni (cioè i soldati).
I villici da tutti i villaggi del feudo venivano qui per le loro questioni. Nei pressi del palazzo, come in antico, si svolgevano annualmente due fiere franche e fiorivano i commerci.
Di fronte al palazzo, sulla sponda sinistra della Livenza, c'era lo scalo dove sostavano per il carico e lo scarico i burchi.
Sotto la Repubblica di Venezia la giurisdizione del feudo si estese sempre di più. Nel 1567 il conte Girolamo di Porcia descrisse con ricchezza di particolari il feudo di Meduna: nominò il bel palazzo dei Michiel e fece l'elencho dei villaggi soggetti a Meduna[4].
Fermiamo un istante la nostra attenzione. Nell'elenco di epoca patriarcale (secolo XIV) i villaggi soggetti a Meduna erano 18; nell'elenco di Girolamo di Porcia (1567) i villaggi sono 24; in un elenco riportato in un libro stampato nel 1775, cioè poco prima della fine della Serenissima, i villaggi soggetti a Meduna sono 37[5]. confrontando i tre elenchi redatti in tempi successivi si nota che la giudisgizione di Meduna si estende a poco a poco verso oriente e verso mezzogiorno.
I Michiel operarono con grande impegno anche nella seconda metà del 1600. Lo stemma murato sulla facciata del cadente Canevon (Via Verdi 7) reca incise le lettere MM (cioè Marco Michiel) e l'anno MDCLXVII. A quell'epoca i Michiel realizzarono un'opera destinata a modificare l'drografia di Meduna. Prima d'allora le acque del Fiume e del Sile, all'altezza di Brische, entravano nel letto del del Sambellino e confluivano nella Livenza nei pressi del centro urbano di Meduna. Accadeva spesso che le piogge ingrossassero contemporaneamente la Livenza, il Fiume e il Sile e, poiché a quell'epoca nessuno dei tre fiumi era arginato, Meduna veniva allagata.
Marco Michiel fece scavare il canale "Postioma" per allontanare le acque dal centro urbano e le utilizzò per azionare un molino dove si macinò fino al 1870 circa. Per quei tempi fu un'opera colossale. Purtroppo però i proprietari dei terreni lungo il Fiume e il Sile, ritenendosi danneggiati, fecero causa al Michiel e non si sa come sia andata a finire[6]. Di certo sappiamo che nei primi anni del 1700 i Michiel lasciarono Meduna.
Per qualche tempo nel feudo regnò il disordine. Venezia per por fine a quella situazione, nel 1699 affidò la questione a tre Inquisitori di Terraferma e poi fece pubblicare a stampa nuovi "Ordini e Capitoli per il governo della giurisdizione della Meduna"[7].
Nel 1749 era capitano di Meduna il nobile Francesco Duodo[8]; il feudo poi passò, non si sa quando, ai nobili Loredan.
Il Trattato di Campoformido (1797) segnò tanto la fine dalla Repubblica Veneta come quella delle giurisdizioni originarie degli antichi ordinamenti feudali.
Meduna perdette il ruolo di centro direzionale ed il palazzo già dei Michiel, dei Duodo, dei Loredan fu declassato a rango di privata abitazione.