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Lavori e mestieri di altri Tempi

La tessitura

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Tra i vecchi mestieri esercitati a Tiezzo, senz'altro era privilegiata la tessitura, perché nelle sue varie forme a Tiezzo ha una storia due volte millenaria.

Anche se il nome '' Tiezzo'' sembra non derivare dal ''tessere'', come desidererebbe una gradevole ipotesi, ma piuttosto da ''thieda'', nome di origine gallica che significa ''ricovero per animali'', è un dato di fatto che la tessitura in forma familiare è stata esercitata da sempre.

Duemila anni fa, a Tiezzo (o comunque si chiamasse il paese) veniva esercitata l'arte- noi oggi diremo il mestiere- della tessitura. Se ne ha ampia conferma dei reperti di epoca romana rinvenuti nel territorio di Tiezzo, databili 1° secolo a.C. Al 1° secolo d.C.

Si può lecitamente supporre che questo sia stato il periodo di massima intensità della popolazione, prima che l'abitato venisse distrutto nel 167 d. C dai Quadi e Marcomanni, barbari invasori che provenivano dall'Europa del Nord.

Databili dal 1°secolo d. C a Tiezzo si sono trovati numerosi pesi e contrapesi in cotto di telaio per filare la lana, formati a tronco piramidale con foro per appendere. Sono rigati sulle facce o punzonati quando erano ancor freschi di fabbricazione.

Ci sono inoltre pesi circolari e ''fusaiole'' (elementi in cotto per telai), rinvenuti in grande abbondanza; tutti reperti testimonianti che gli abitanti, sia locali come quelli provenienti dalle famiglie dei veterani romani e stanziati nell'agro romano di Julia Concordia dopo la battaglia di Filippi (42 a. C) esercitavano l'arte della tessitura.

I vari reperti di epoca romana, connessi per apparecchiature per tessere, sono così numerosi e continuamente se ne rinvengono nei campi appena arati anche al presente, per cui è lecito supporre che al tempo dei romani la tessitura fosse il mestiere principale a cui era dedita la popolazione. I reperti di epoca successiva, pure numerosi, possono provenire dalla pavimentazione delle case dei proprietari più abbienti , mentre il resto della popolazione viveva in case più modeste.

Con le invasioni prima, poi con la grande inondazione del 589 d. C spari il paese che qui sorgeva, come furono cancellati gli altri paesi;dove sorgevano una fiorente campagna e belle coltivazioni, si estese quell'ampia selva che è ricordata nell'atto di donazione dell'imperatore Ottone III alla sede Vescovile di Concordia (anno 996). Passeranno secoli prima che la zona venga disboscata e riabilitata da povera gente alle dipendenze del Patriarca di Aquileia, del Vescovo di Concordia, dell'Abbazia di Santa Maria in Sylvis (Sesto al Reghena) e dei Conti di Prata. Verso il 1300 si comincia a trovare il nome Tiezzo, citato in vari documenti.

Dunque a Tiezzo vi era una tessitura organizzata e fiorente.

Infatti si parla di ''maestro''. Sarà ancora un ''maestro''' tessitore di Tiezzo che commissionerà la famosa pala della Misericordia per il duomo di San Marco di Pordenone al pittore Giò Antonio De Sacchis detto il '' Pordenone'', e in precedenza aveva ''dotato'' un altare; un altro fratello già nel 1484 aveva istituito un beneficio giuspatronale.

Lo studioso di storia locale, il prof. Diogene Penzi, afferma che a Tiezzo la tessitura era molto sviluppata. '' L'arte della tessitura , una delle più antiche che si conosceva, ha avuto anche nella nostra zona i suoi cultori. Abbiamo notizia di telai rudimentali che funzionavano in varie località ad opera di singoli artigiani. Ma il nucleo abitato che più si distingueva per il numero di tessitori e per una certa tradizione locale era Tiezzo, nel territorio Azzano Decimo. I gruppi familiari dei tessitori, anche se non raggiungevano grosse entità, erano pur sempre di interesse ragguardevole nell'ambito della frazione. Non credo però che ciò possa giustificare il nome di Tiezzo derivante da tessere come mi è capitato di leggere recentemente; forse possiamo accettare tale definizione dal punto di vista affettivo per ricordare il perdurare della tessitura in detta località.

E' già stato ricordato un nome diventato illustre per la sua donazione, che esercitava la tessitura a Tiezzo: è Francesco Tetio, appartenente a una famiglia di tessitori di origine carnica. Ha commissionato al pittore il Pordenone la pala della Madonna della misericordia per il Duomo di San Marco di Pordenone, per il prezzo di 47 ducati. Penso che il maestro Francesco Tetio, più che a Tiezzo, avesse la sua abitazione a Pordenone, dal momento che le abbondanti donazioni furono colà elargite. Certo, a Tiezzo deve aver avuto la materia prima per la tessitura e anche il luogo per la lavorazione. La pala commissionata all'artista l'8 maggio 1515, che ritrae la Madonna con il committente e i familiari sotto l'ampio mantello della Vergine, presenta pure nel paesaggio retrostante un gregge accudito da un pastore intento ad ascoltare un compagno che suona, che potrebbe essere una allusione all'attività di tessitore di Francesco Tetio

 

Continuando la ricerca sull'attività della tessitura a Tiezzo, si giunge ai secoli XIX e XX ; e qui le notizie sono state raccolte dalla viva testimonianza degli anziani, autentiche biblioteche viventi.

Nel secolo scorso la tessitura con i telai familiari veniva esercitata da diverse famiglie.

La testimonianza orale ci tramanda il nome di alcune case dove era più praticata questa attività. Così sono emersi alcuni nomi Case Bortolus, Gasparet, Roncadin.

I Gasparet erano i più poveretti: tessevano la lana, la canapa, la seta. Altri invece solo la canapa.

Ora cerchiamo di darne una descrizione, in modo da fornire un'idea a chi né è completamente sprovveduto e anche per ricordare una attività, esercitata il più delle volte in quasi tutte le famiglie, se pure in misura limitata. Presentiamo il telaio. Il telaio (telarò) è una macchina munita di congegni adatti all'intreccio della trama dell'ordito, manovrati dal tessitore a mano con pedali indipendenti l'uno dall'altro.

Riguardo ai telai che lavorano a Tiezzo, ecco come li descrive il prof. Diogene Penzi ''Ci è stata offerta la possibilità di esaminare i pezzi di un vecchio telaio, esistenti ancora in casa Gasparet di Tiezzo. Naturalmente, mancando l'impalcatura, non si è potuto avere una visione d'insieme, ma l'esame ha portato a paragonare i telai di un tempo con quelli attuali. Essi infatti, erano più massicci e pesanti e di conseguenza meno facili da usare. I licci (staffe rettangolari che sostengono l'ordito) avevano dei tiranti appesi a carrucole di legno (oggi hanno molle di metallo). Il subbio dell'ordito e il subbio del tessuto erano dei cilindri di legno, molto pesanti, muniti di ruota dentata in legno. I pettini per battere i fili della trama erano di legno con i denti formati da asticciole di canna di bambù.

La materia, che veniva coltivata in loco per essere tessuta , era : la lana, la seta, la canapa.

La lana. E' documentato a Tiezzo venivano allevate le pecore. Fin dal XIV secolo si hanno documenti scritti '' 1315, 3 febbraio.

Da questi documenti risulta l'esistenza di pascoli efficienti; quindi vi erano le pecore, vi era la lana. C'è pure una via ancor oggi chiamata ''Armentera'' e c'è la località detta ''Chiaurnic'', termini che richiamano l'esistenza di greggi.

Quasi ogni famiglia aveva un piccolo gregge. I più poveri una, due o tre pecore. Oltre il latte, la pecora dava la lana. La tosatura di norma aveva luogo una sola volta all'anno, all'inizio stagione calda. Quindi la lana veniva cardata e poi filata. Tutte operazioni eseguite in casa.

Per cardare la lana, veniva usato uno strumento chiamato ''sgradasso '', costituito da un piccolo supporto di legno in cui erano fissati una serie di denti uncinati. Una volta cardata, la lana veniva filata con il fuso e la rocca. La rocca (popolarmente detta ''conocchia'') era un arnese formata da un 'asta lunga di legno recante alla estremità superiore una testa ingrossata , sulla quale si arrotolava la lana da filare per il funzionamento del fuso. Pure il fuso era di legno, di forma rotonda e allungata e gradatamente assottigliantesi alle estremità. Nella sua rotazione veniva prodotta la torsione del filo lana. Il filo di lana così ottenuto veniva avvolto in matasse con l'aspro, o arcolaio (in dialetto ''daspo''). Lavata, era pronta per confezionare calze, maglie, sciarpe. E in certe case più doviziose, col filato veniva confezionato del tessuto.

La seta. Tutti i contadini di una certa età (non è necessario essere vecchissimi) hanno un vivo ricordo dell'allevamento dei bachi da seta, ricordo non grato per il lavoro intenso e faticoso che esso richiedeva e non sempre ripagato a dovere.

I bachi da seta, secondo una leggenda, furono portati dalla Cina nel 552 da due monaci e consegnati all'imperatore Giustiniano. La loro coltura lentamente si diffuse anche in Italia.

Il ''bacologico'' era il luogo dove si facevano nascere i bachi da seta. Risulta che ne esisteva uno anche a Tiezzo, come si desume da una nota del registro necrologico della Parrocchia. ''Anna Tedeschi, moglie al signor Francesco Tosoni di Pordenone, ma dimorante nella sua casa rurale di Tiezzo, per attendere alla educazione dei bachi da seta, morì il 26 aprile 1870 istantaneamente alle ore 11, mentre alle ore 9 pomeridiane cenò col signor Marito senza manifestare alcun sentore di malattia.''

L'incubazione dei bachi richiedeva di norma venti giorni.

I bachi venivano allevati per circa un mese; ciò richiedeva molto lavoro e spesso i contadini venivano ''sfrattati'' dalla cucina per lasciare posto ai bachi che, crescendo, diventavano sempre più invadenti. Questi venivano alimentati con la foglia del gelso, era compito precipuo degli uomini il procurarla. Dopo circa un mese di continuo lavoro per nutrirli, veniva preparato il luogo, chiamato ''bosco'' (costituito da fastelli di tralci di vite), dove i bachi da seta si ritiravano e cominciavano a filare il bozzolo. Dopo otto- dieci giorni i bozzoli erano formati; venivano raccolti, staccandoli dalla frasca e portati alla filanda. Ove ora sorge il giardino di Casa Russolo, in Piazza Garibaldi, vi era una filandra, già inattiva quando è stata demolita forse un po' prima dell'inizio della prima grande guerra.

Alcune famiglie più abbienti tenevano in casa dei bozzoli, artigianalmente ricavavano la seta che tessevano e avevano così della stoffa di seta.

Sia ricordato per inciso: le famiglie quando raccoglievano i bozzoli, ne portavano una sporta alla Madonna, che depositavano ai piedi dell'altare in una capace cesta di vimini, della caratteristica forma orizzontale.

Ecco come in casa veniva ricavata la seta. I bozzoli , destinati a venir dipanati per uso famigliare, venivano immersi in acqua calda, operazione che si chiamava ''trattura''. Il bozzolo è composto da due sostanze , la fibroma e la sericina. Nell'acqua calda la sericina si rammollisce: così si separano le prime bave di seta che vengono riunite in un certo numero per mezzo di uno scopino di saggina e poi attaccate ad un aspro. Così il bozzolo è dipanato e si ottengono delle matasse di seta cruda o greggia , che è opaca, ruvida e rigida.

Sottoponendola ad un lavaggio in acqua calda con soluzioni saponose si ottiene la seta cotta o sgommata (priva della sericina) che è morbida, liscia e di colore bianco brillante. E' pronta per essere tessuta nel telaio della famiglia e ne usciranno delle camicie , gonne e latri indumenti , e la dote per le giovani.

Oggi può sembrare una cosa assai difficile; nel passato però era un lavoro usuale, come se ne può avere conferma dal romanzo ''i promessi sposi'' del Manzoni. Il lavoro del filare e del tessere è continuamente esercitato dalle famiglie.

La canapa. La canapa è la fibra del fusto di una pianta erbacea, annuale, alta ¾ metri, con fusto eretto e poco ramificato. Originaria dell'Asia , è assai coltivata in Italia e la canapa italiana è tra le migliori nel mondo.

Nel presente lavoro interessa solo come veniva lavorata in modo famigliare nelle nostre case del passato. La presenza della canapa nelle famiglie ha resistito fino ad un passato abbastanza recente: l'ultima guerra (1940-1945) ha visto nuovamente in funzione alcuni telai, che erano ormai lasciati fuori uso.

La canapa, seminata normalmente in marzo, veniva raccolta tra la metà di luglio e la prima decade di agosto e le piantine venivano recise col falcetto. Tagliate, venivano lasciate per terra ad essicare. Quindi raccolte le fasci, questi venivano posti nell'acqua per macerare. Se l'acqua del fosso aveva un decorrere lento, la macerazione era più veloce: dai sette ai quindici giorni. Durante la macerazione la canapa doveva essere sommersa nell'acqua, perciò sopra i fasci venivano posti delle grosse pietre e dei legni. Una volta avvenuta la macerazione: i fasci (''mannelle'') venivano estratti dall'acqua. Le varie piante venivano sciacquate, lavoro molto fastidioso per l'odore nauseante della decomposizione. Quindi le mannelle venivano allargate e rimanevano esposte al sole per tre ai quattro giorni, perché si asciugassero. A questo punto aveva luogo la stigliatura, che comprendeva lo spezzamento degli steli con bastoni e la gramolatura (con la gramola, che è uno strumento di legno), per mezzo della quale gli steli venivano sbriciolati e separati dalla filaccia. La filaccia poi veniva pettinata per eliminare lo scarto, cioè la stoppa. A questo punto la canapa era pronta per essere filata e poi passata al telaio per ricavarne lenzuola, federe, asciugamani, tovaglie. Con quella più scarta venivano intrecciate delle corde. La tessitura è stata il mestiere principale a Tiezzo, con una attività durata per ben duemila anni.

Concluderemo con una tradizione sanitaria. E' stato detto che col cotone venivano confezionati lenzuola e altri indumenti.

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