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Castelli, fortezze e manieri

Castello di Zumelle

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Mel (BL)

Veneto

Una grande vallata splendida, la Valbelluna, una cittadina bellissima, Mel. Sopra un colle, allungato lungo la parte mediana della Valbelluna, il centro storico ricco di chiese e palazzi nobiliari, viuzze e...

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Il castello di Zumelle si erge sulla vetta di un colle a strapiombo sopra il torrente Terche, che gli gira attorno a oriente e a tramontana con i due corsi del Maòr e del Rui dai quali è formato. Vi si accede attraverso una modesta strada che si arrampica sul ripido pendio; verso mezzogiorno, le mura poggiano sopra una roccia di colore rossastro. Gira attorno alle mura un fossato di notevoli dimensioni, in gran parte scavato sulla roccia. Due altri fossati, ora quasi completamente inerbati e ricoperti, giravano attorno alla fortificazione.

Del castello rimane soltanto una parte: le numerose distruzioni subite nel corso dei secoli e le successive ricostruzioni, le riparazioni e i rifacimenti hanno modificato la forma primitiva dell'antico maniero. Ma quando fu fondato e a quali periodi risalgono le riparazioni e le ricostruzioni successive?
La leggenda

Racconta la leggenda (riferita da numerosi scrittori e studiosi, fra i quali il Bonifacio nella Historia di Treviso, il Cambruzzi nella Storia di Feltre, il Vergerio in La contea di Cesana e il Piloni nella Historia della città di Belluno) che il «castello» fu costruito verso il 540 d. C. dal goto Genserico, sulle macerie di altro maniero prima esistente: Genserico era stato segretario di Amalasunta, regina degli Ostrogoti e dopo la tragica morte della sovrana, uccisa in un'isola del lago di Bolsena per mano di sicari inviati dallo sposo Teodato, Genserico fuggì verso il nord con Eudossia, damigella di corte; che sposò e con la quale si stabilì nel territorio di Mel. Quivi ricostruì un «castello», ottenendo dal nuovo sovrano degli Ostrogoti, Vitige, il titolo di comes «conte» e la piena giurisdizione sul seguente territorio: «da mattina l'acqua dell'Ardo, a mezzodì cime di monti, a sera un'acqua detta Rivo Bianco,5 a settentrione il fiume Anaxo, ora detto Piave ».

Lo stemma di famiglia fu rappresentato secondo il Bonifacio da una sfera d'oro in campo turchino, sormontata da due gemelli abbracciati, a ricordo della felicità che allietò la nuova dimora di Genserico, con la nascita di due gemelli, Iusprando e Goffredo. E da gemelli sarebbe derivato (sempre secondo la leggenda) il nome di Zumelle (castrum Gemellorum; ma perché poi la desinenza femminile in arum, donde Zumellarum?).

Castello di ZumelleAttraverso i successori di Iusprando il «castello» pervenne, agli inizi del sec. VIII d. C., ai tre fratelli Baiardo, Bellerofonte e Murcimiro. Ouest'ultimo, leggiadro giovane, fu protagonista di un episodio assai avventuroso; seguiamo ora il racconto di Giorgio Piloni, dottore bellunese, il quale nel libro secondo della sua Historia narra che Bellerofonte, ritornato a Zumelle dalla Francia, dove si era recato a combattere, trovò grandissimi mutamenti nei suoi territori, perché erano morti i suoi due fratelli e il castello era sotto il dominio del nipote Adelardo, figlio di Murcimiro. Un fedele armigero di Bellerofonte, da lui interrogato, riferì che «amor di donna e desio di amore hanno causato tali novità». Infatti, durante l'assenza di Bellerofonte, Murcimiro e Baiardo avevano combattuto a fianco dei Bellunesi in aiuto degli abitanti di Eraclea, sotto la condotta di Turcherio, capitano della milizia bellunese e signore di Casteldardo. Molti morirono in battaglia, fra i quali Baiardo. Finite le operazioni di guerra, com'era usanza di quei tempi, si svolsero nella città di Belluno giostre e festeggiamenti, cui presero parte donne di gran bellezza e sontuosamente vestite. Fra queste, di gran lunga la più bella era Atleta, figlia di Turcherio, della quale pazzamente s'innamorò Murcimiro. Ma il padre di Atleta l'aveva promessa in sposa ad Azzone, conte di Feltre; Murcimiro ne rimase fortemente deluso e proruppe in tanta furia, che decise di ricorrere alla forza e con un gruppo di circa sessanta armati assalì la scorta che accompagnava Atleta, da Casteldardo a Feltre, al suo promesso sposo. Nello scontro fu ucciso anche Orleo, fratello di Atleta. La giovane promessa sposa, rapita a forza e condotta nel «castello» di Zumelle «vedendosi in potere di Murcimiro, il quale tanto l'amava e non era minor signore di Azzone, si contentò di essere sua sposa: la quale in capo all'anno li partorite il fanciullo Adelardo» prosegue il cronista, con ingenuo candore,nel suo racconto che ha il sapore di una favola. Per alcuni anni il maniero fu assalito e assediato dalle forze congiunte di Turcherio da Casteldardo e di Azzone da Feltre, assetati di vendetta; finché Turcherio, approfittando del fatto che la sorveglianza nel «castello» era stata allentata, lo assalì di notte e, dopo aver ucciso Murcimiro e la sua scorta, incendiò e distrusse Zumelle, portando via con sé la figlia e il nipote. Grandi furono allora il disorientamento e il panico fra gli abitanti del conta do di Zumelle; c'era chi suggeriva di fare _ricerche per rintracciare Bellerofonte, ma questi da molto tempo non aveva dato notizie di sé; chi voleva cedere il governo del conta do a Belluno, chi a Feltre. Alla fine prevalse la proposta di mandare una legazione al conte Turcherio, in Casteldardo, per chiedergli di assegnare come signore di Zumelle il piccolo Adelardo.

Mura del Castello di ZumelleTurcherio accettò, accompagnò egli stesso il nipote a Zumelle, affidandolo alla tutela di un certo Ermenefrido, uomo saggio e stimato; restituì inoltre gran parte delle cose che erano state saccheggiate e provvide a far ricostruire il «castello». Ma a questo punto ritornò dalla Francia Bellerofonte il quale, informato di quanto era accaduto, giurò di vendicarsi e cominciò a instillare nell'animo del nipote Adelardo un odio profondo contro il nonno materno, Turcherio. Intanto assalì il castello di Azzone e lo distrusse dalle fondamenta. Poco tempo dopo Adelardo, divenuto adulto, avendo incontrato Azzone che cacciava senza scorta, lo sfidò a duello e gli mozzò crudelmente il capo «senza risguardo che fosse marito di sua madre» (infatti Atleta, prelevata da Zumelle dal padre Turcherio, aveva sposato in seconde nozze Azzone). Anche Turcherio fu assalito a tradimento in Casteldardo e fu trucidato da Bellerofonte. Tali fatti sanguinosi colpirono gli animi dei Bellunesi e dei Feltrini, i quali in gran numero corsero a offrire il loro aiuto a Giovannino, altro figlio che Azzone aveva avuto prima di sposare Atleta, il quale aveva giurato di vendicare il padre; allora Adelardo, vistosi gravemente minacciato, ricorse per aiuto a Orso, conte di Ceneda, suo zio, che gli mandò gran numero di soldati e si adoperò perché anche il proprio fratello Pietro, duca del Friuli, ne mandasse altri («una grossa banda di Furlani», dice il Piloni). E il cronista prosegue: «Erano le cose a mal termine ridotte con timore universale, quando venne nuova che il re Astolfo, partitosi di Pavia, intesi questi romori veniva per por rimedio a tanti mali». Secondo la consuetudine longobarda della faida, il re decise di risolvere la gravissima lite con un duello, che fu combattuto a Pavia fra Giovannino e un certo Ziergen, cognato di Adelardo; la vittoria arrise a quest'ultimo e Giovannino fu ucciso nel corso del duello. Di tale avvenimento (sempre secondo la leggenda) sarebbe rimasta traccia in una iscrizione che fino a qualche tempo fa si sarebbe potuta leggere su una pietra del «castello», con incise le seguenti lettere Z -Ph -I -A -V -L -D che furono interpretate come Ziergen Philistin Joaninum Azzonis vicit laude Dei, e tradotte: «Grazie a Dio, il condottiero Ziergen Philistin vinse Giovannino, figlio di Azzone».

Questo il racconto leggendario; ma è compito nostro cercar di cogliere, al di là della leggenda, quei segni e quelle testimonianze che siano indicazioni concrete di realtà storiche e di trasformazioni realmente accadute.
Le testimonianze e le indicazioni storico-archeologiche

All'antico mastio si giunge attraverso una stradetta (ora asfaltata) alquanto tortuosa che da Tiago scende al fondo valle del Rui e poi s'inerpica, tagliata per buona parte nella roccia, lungo una ripida collina, passando davanti alla chiesa di S. Donato. Si accede all'interno del «castello» attraverso un ponte posato su due archi, che immette in un porticato con annesso scantinato, da dove, per una modesta scala di legno, si sale al piano superiore.

Qui si trovano alcune stanze adibite ad abitazione. Peccato che nel corso dei lavori di ristrutturazione, iniziati nell'anno 1961 sotto la direzione della Soprintendenza ai Monumenti del Veneto,12 sia stato eliminato, nella cucina; il caratteristico fogèr «focolare», costruito a forma di mezza rotonda, che donava a tutto l'ambiente il sapore, il calore e l'odore delle cose antiche! Chi si affaccia alle finestre delle stanze e guarda verso il basso prova una sensazione di paura e di vertigini alla vista dell'orrido strapiombo.

Nella parte Est, prima dei lavori di restauro, esisteva un grande magazzino, al posto del quale fu sistemato un salone (ora luogo di ristoro) messo in comunicazione con la parte superiore, adibita a solaio, per mezzo di una grande scala di legno e verso il seminterrato, per mezzo di un'altra scala in pietra. Oltre il grande magazzino, sempre nella parte orientale, si trovava e si trova la chiesetta, dedicata a san Lorenzo; nel 1965, durante i lavori di ristrutturazione, nella parte sottostante, fu scoperta l'abside di una più antica chiesetta. Verso nord si erge un muro, in gran parte distrutto; si è provveduto a consolidarne la parte rimasta.

Una finestra del Castello di ZumelleI lavori di ricostruzione furono veramente imponenti sul lato ovest, dove la maggior parte del muro, che raggiunge un'altezza di vari metri, era strapiombante di circa cm. 80 e presentava pericolose fenditure e grossi buchi; con un lavoro paziente e ingegnoso si riportò in verticale la parte inclinata del muro, dopo averlo consolidato con iniezioni di cemento e dopo averlo imbrigliato con solide intelaiature e legamenti in calcestruzzo, che consentirono il movimento di traslazione della parte inclinata.
Al centro si erge la torre, alta circa m. 36, a pianta quadrata, con lati di circa m. 8.30, la quale all'interno è suddivisa "in cinque ripiani, collegati da una scala in legno. Vi si accede ora dalla parte orientale attraverso una piccola porta rettangolare, ottenuta abbattendo una porzione della parete. L'antica porta d'ingresso, ad arco, si apriva (come tuttora si può verificare) a notevole altezza rispetto al piano attuale del cortile. Nell'alto vi è la campana fusa nell'anno 1473 da Zampetrus patavus la quale, oltre allo stemma dei feudatari Zorzi, reca le immagini di Cristo crocifisso, della Madonna, di s. Marco protettore di Venezia e di s. Giorgio, protettore della famiglia feudale. Opportuni lavori di riassetto e di consolidamento furono eseguiti anche nella torre; gli scavi indicarono l'esistenza di una più antica e più piccola torre, della quale fu rinvenuto il moncone. A fianco della torre, verso est, esiste un pozzo, sistemato al centro di un grande bacino fatto a forma di catino, con il fondo rivestito di argilla impermeabilizzante e pieno di sabbia ad azione filtrante.

I lavori eseguiti riportarono alla luce numerosi teschi e scheletri e anche alcuni reperti interessanti. Oltre all'abside di un antica chlesetta un po più piccola di quella attuale, riapparvero delle panche laterali e un grande sarcofago, ricoperto da una lastra, probabilmente dell'epoca carolingia. Il coperchio in calcare, a doppio spiovente senza acroteri, fu trovato un po' discosto, in posizione capovolta; esso conteneva due teschi e ossa umane. Inoltre, sotto l'abside furono dissotterrati un frammento di colonnina, del diametro di cm. 10, di marmo greco e un capitello di tipo corinzio, classicheggiante, in calcare locale; sotto la torre furono rinvenute molte palle di pietra di varia misura, usate come proiettili per la difesa. Gli strati di carbone, i calcinacci, la cenere e i materiali di riporto rinvenuti qua e là, a profondità diverse, nel corso degli scavi, sono prova degli incendi e delle molteplici distruzioni avvenute in epoche successive.

Sono certamente del periodo romano (I sec. d. C.) l'impianto del «castello»; il moncone dell'antica torre, più piccola di quella attuale e gli angoli della stessa; vi sono inseriti numerosi conci rettangolari, bugnati e circondati da uno stretto listello spianato, costruiti in pietra del Cansiglio, spesso usata dai Romani. La chiesetta, ritrovata sotto quella attuale, risale probabilmente al breve periodo del dominio bizantino (553 -568 d. C.). Al periodo longobardo (568 -774 d. C. -o a quello Carolingio?) risalgono la colonnina e il capitello rinvenuti; longobarda è la vicina chiesa di S. Donato. La chiesa superiore di Zumelle fu costruita dopo il Mille e fu dedicata a s. Lorenzo, ma è probabile che lo stesso titolo abbia avuto la chiesetta più antica.

Le altre parti della torre e del «castello», in pietra rossa e a strati sottili, sono di epoca più recente. Tutte queste evidenti testimonianze confermano dunque l'antichità della costruzione, romana nel suo impianto centrale, ingrandita e modificata in molte parti al tempo dei Longobardi e successivamente. Troviamo nelle cronache che il «castello» di Zumelle, assieme a quelli di Valmarino, Serravalle, Fregona e altri, fu concesso in feudo al vescovo di Ceneda il 6 giugno 743 d. C. (oppure 739?) da un «placito» di Liutprando, re dei Longobardi (712-744 d.C.). La notizia potrebbe corrispondere alla realtà in quanto è storicamente confermato che Liutprando seguì una politica di accordi e di alleanze con il potere religioso. La concessione del privilegio al vescovo di Ceneda sarebbe stata riconfermata nel 778 d. C. da Carlo, re dei Franchi (il futuro imperatore Carlo Magno) e due secoli dopo dall'imperatore Ottone III di Sassonia, nel settembre del 994 d. C. Effettivamente, furono proprio gli Ottoni che, per rintuzzare il potere dei feudatari laici, accrebbero il potere dei vescovi, affidando loro il governo dei territori e istituendo i vescovi-conti.

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