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Castelli, fortezze e manieri

Castello di Fagagna

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Fagagna (UD)

Friuli Venezia Giulia

L'origine di Fagagna è sicuramente romana. A supporto di questa ipotesi ci sono i numerosi reperti che vennero alla luce, nei secoli passati, come: lapidi, statue di dei, monete, un...

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Solamente con la venuta di Carlo Magno, nell'anno 776, ritorna l'idea dell'ordine appoggiato al mito dell'impero. Ristabilita la pace, qua e là, tra i resti di quelli che erano i paesi, e assieme alla nuova civiltà e cultura, si innalzano castelli possenti e vi si instaura il feudalesimo, ereditato dalla dominazione Longobarda; così ebbe origine in Friuli la gastaldia. Il gastaldo era l'uomo d'armi, che godeva la fiducia del re stesso; aveva attribuzioni politiche, amministrative, giuridiche e militari. I gastaldi più fieri e capaci venivano premiati con la nomina a conti. Fu così che con la dominazione dei Franchi, Carlo Magno suddivise il territorio in contee. Il Friuli fu delineato come contea di confine, detta anche marca. Ristabiliti i feudi, i marchesi, conti, duchi, vassalli e valvassori,che ricevevano da lui l'investitura (marca, contea o ducato),decidevano a loro volta da assoluti padroni, dipendenti soltanto dall'Imperatore, al quale dovevano obbedienza e l'aiuto delle armi in caso di guerra. I popolani, sudditi o abitanti dei borghi, non godevano di alcun diritto, tranne quanto loro concesso dal signore in cambio di eventuali favori ricevuti; essi erano i servi della gleba. Schiavi che non avevano nè identità nè valore, erano considerati alla pari o anche meno delle bestie; venivano comunemente barattati da un padrone all'altro; su di essi i loro padroni avevano diritto di vita o di morte. Seguì poi dal 900 al 973 il periodo più oscuro e terrificante, dovuto al sopraggiungere dall'Oriente delle orde, assetate di sangue, degli Ungari, che saccheggiarono tutto il territorio, seminando ovunque distruzione e morte. La vita in Friuli dovette ricominciare da capo. Con l'avvento dell'impero Ottoniano, Ottone I reinstaurava i feudi, ripopolava il Friuli e rafforzava, per suo prestigio politico, la Chiesa ed il Patriarcato di Aquileia, con concessioni; sicchè donò il giorno 29 aprile 967 al Patriarca Rodoaldo, la Badia di Sesto col castello di Farra, con piena giurisdizione su diversi villaggi, oltre ad un gran tratto di paese, che andava dal Livenza al mare.

Seguitò questa politica anche il di lui figlio Ottone Il, e ci risulta da un manoscritto, che il giorno 11 giugno dell'anno 983, in occasione di una solenne cerimonia a Verona, dove fece proclamare re suo figlio Ottone III, donò al Patriarca Rodoaldo cinque castelli con tre miglia intorno; questi castelli, tra i più importanti, erano: Buga (Buia), Phagagna (Fagagna), Groang (Gruagno), Udene (Udine) e Braitan; in essi era riservato al Patriarca tutto il diritto immunitario. Secondo il parere dell'imperatore, era meglio donarli al Signore, piuttosto che a perversi devastatori. Inoltre riconfermò i possessi concessi in passato alla Chiesa d'Aquileia da parte del di lui padre Ottone I. La giurisdizione patriarcale durò su Fagagna dall'anno 983 sino al 1420, anno in cui tutto il Friuli passò sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia. Fagagna dunque possedeva un importante castello ancor secoli prima dell'anno 1000, e tale doveva essere la sua importanza, da essere pari alla Udine di quei tempi. L'imperatore di Germania, Ottone Il di Sassonia, ne fece dono al Patriarca Rodoaldo, riservando a lui il diritto di fare le leggi (i placidi), di riscuotere le tasse (i censi), di curare la falciatura ed il raccolto dei prodotti agricoli (l'erbatico). Tutti i diritti del Patriarca erano immuni, cioè senza nulla dovere all'imperatore. Al Patriarca spettava inoltre la giurisdizione su tutti gli abitanti. Il potere assoluto, incontrollato, dell'Imperatore, faceva si che egli si considerasse investito direttamente da Dio, e padrone assoluto di tutte le sue terre e di tutte le persone e cose in esse contenute; quindi egli decideva liberamente sulle persone, cose ed animali; egli disponeva, secondo il suo arbitrio ed a suo piacimento, dando e togliendo quando e come voleva. Non potendo il Patriarca amministrare direttamente i castelli a lui donati in feudo, e da lui direttamente dipendenti, egli nominava a suo arbitrio un suo uomo di fiducia, che lo rappresentasse e che per lui amministrasse e curasse gli interessi.

A Fagagna tale potere era affidato ad un Gastaldo, coadiuvato dai nobili del castello. Il Gastaldo curava la riscossione delle rendite patriarcali, riscuoteva le ammende, infliggeva le condanne, riscuoteva i censi o tasse pro capite, gli affitti delle terre e delle case, le decime e le imposte. Tutto ciò doveva essere pagato in danaro o in natura, e, data la mancanza di danari, ed il persistere della miseria, dovuta alle continue guerre e scaramucce tra signorotti e nobili, guerre alle quali faceva seguito la carestia, i sudditi dovevano piegarsi al ricatto ed alla volontà dei loro padroni. Non di rado accadeva che tali debiti venissero pagati con la cessione ai creditori delle figliolette, ancor giovani,perchè tali signorotti soddisfacessero i loro abominevoli e corrotti piaceri. Da questi fatti era ovvio che nascessero sentimenti di odio e rancore, che, il più delle volte, venivano repressi con eccidi e rappresaglie,compiuti dai fedelissimi del domoinatore; questi fatti, a giudizio di chi li autorizzava, servivano a riportare l'ordine e ad ottenere obbedienza assoluta. Gli esecutori di tale mandato, corrotti e depravati a loro volta, alla ricerca di favori e concessioni, non esitavano a macchiarsi, senza pregiudizi, di sangue. Delitti, rapine, soprusi vennero quindi commessi. Questi leccapiedi, fedeli soltanto ai loro interessi e privi di qualsivoglia ideale, venivano talvolta, a ricompensa delle loro nefandezze, fatti nobili. Come essi ottenessero ciò per i servigi resi, si può immaginare, come si può immaginare la violenza ed il terrore,ch'essi seminavano. Il Gastaldo inoltre assisteva alle adunanze del tribunale civile e militare, come controllore ed esecutore delle sentenze. I "Nobili Consorti", signorotti del castello, che abitavano, ottenevano talvolta l'investitura del Feudo, esercitando in tal caso su questi beni, un potere assoluto, con i diritti ed i doveri dei feudatari.

Il castello di Fagagna nel corso di questi secoli dovette subire diversi intrighi e scaramucce; fu più volte distrutto, rovinato, ricostruito, ampliato e rafforzato. Nell'anno 1214 il castello venne fatto distruggere e saccheggiare dal Patriarca Voichero di Leubrechtskirchen, per odio contro i nobili di Fagagna Ermanno, Rodolfo e Variendo; essendosi questi rifiutati di spalleggiarlo con le armi nella legazione di Lombardia. Purtroppo gli intrighi di potere e le ambizioni non risparmiarono le sorti del Friuli e di Fagagna, che dovette subirne in vari tempi le conseguenze politiche, economiche, religiose e militari. Gli intrighi e le discordie dei friulani indussero il Papa Onorio III, nell'anno 1218, ad elevare a Patriarca di Aquileia Bertoldo di Andechs di Merania,arcivescovo di Colosca (Ungheria).Egli era figlio del Duca Bertoldo IV di Andechs, proprietario di immensi possedimenti in Germania e Carniola. Imparentato con il Conte di Gorizia ed il Bano, principe di Croazia, Dalmazia e Slovenia, egli era fratello del marchese d'Istria e di Ecberto, vescovo di Bamberga. Sua sorella Edwige, era moglie illegittima del Re di Francia, e la terza sorella di nome Gertrude, era moglie del Re d'Ungheria. Fu grazie a quest'ultima sorella che venne consacrato, ancora giovanissimo, arcivescovo di Colocsa; ma quando egli assassinò la stessa sorella, dovette fuggire, e la elevatura a Patriarca gli giunse proprio a proposito. Questo per rendere l'idea dei tempi. Bertoldo si trovava dunque ad essere Patriarca in un momento delicato ed in una situazione caotica, resa sempre più pericolosa dal desiderio di indipendenza del Friuli dal Patriarcato di Aquileia, creava a costui seri problemi.

Il Marchesato di Treviso, sfruttando tale disordine, cercava di trarne buon profitto, accaparrandosi delle simpatie; e fu appunto nell' anno 1219 che alcuni nobili friulani si fecero cittadini di Treviso e concessero i loro castelli in armi al capitano del popolo di Treviso. I castelli consegnati al soldo di detto Podestà furono: Polcenigo, Pinzano, Solimbergo, Villalta, Ursberg, Caporiacco, Tarcento, Invillino, Porpetto, Savorgnano, Strassoldo, Fontanabona, Buttrio, Castellerio. Questi nobili feudatari giurarono fedeltà, e si impegnarono a versare alla città di Treviso la somma di 1 50.000 libre di danari veronesi. Trovandosi il Patriarca in una situazione critica e molto pericolosa, decise di rivolgersi al Papa; questi allora ordinò a Venezia, Vicenza,Verona e Padova di interrompere ogni legame politico, commerciale con il Marchesato di Treviso. Inoltre il Papa dette bolla di scomunica al Marchesato di Treviso e minacciò di scomunica anche i feudatari e vassalli, che si erano ribellati al Patriarca. Tutto ciò non risolse il problema; sicchè nell'anno 1220 scoppiò la guerra, che sembrò volgere a favore di Treviso. Allora il Patriarca, per evitare il peggio, fu costretto ad accettare un trattato di pace con il Marchesato di Treviso. In seguito, per riscattare l'onta di quel trattato,il giorno 21 maggio 1221, il Patriarca accettò di perdonare alcunivassalli ribelli, ponendo loro ed ai loro eredi, come unica condizione,quella della fedeltà assoluta alla causa del Patriarcato. I castelli che accettarono di tornare alleati del Patriarca, furono: Villalta, Strassoldo, Fontanabona, Caporiacco, Savorgnano e Castellerio. Con tale patto questi castelli s'impegnarono ad aiutare il Patriarca, adesso alleato a Padova, contro il Marchesato di Treviso.

Il Patriarca, in cambio dell'aiuto prestatogli dai padovani, concesse il suo beneplacito ai commercianti padovani di commerciare liberamente in Aquileia,Chiusa, Cividale, Circhina, Summaga, Sacile, 5. Daniele, 5. Stino di Livenza, Fagagna, Campoformido, 5. Odorico, 5. Margherita, S. Quirino, San Pellegrino, San Mauro. Questo fatto arrecava un immenso danno a Treviso, giocando duramente sui suoi interessi commerciali e politici. Fagagna si trovò immischiata in questo gioco di interessi che le costarono, più tardi, immani disagi e conseguenze catastrofiche, tanto che la storia stessa, dopo secoli non dimenticò i fatali errori e scelte che si commisero. Gli anni trascorrevano nel fermento, covando odio e rancore e nell' anno 1228, nella marca di Treviso maturava la perfida e atroce persona di Ezzelino da Romano: uomo d'arme e d'avventura, il cui solo nome già incuteva paura; egli si macchiò dei più infami ed esecrandi delitti; le sue armate cosparsero il Friuli di sangue e di morte. Al servizio del miglior pagatore, seppe padroneggiare con la sua furbizia e sadica astuzia tra le varie rivalità di Feltre e Belluno, Vicenza e Verona, Padova e Treviso. Tanto fu abile che, barcamenandosi tra gl'interessi delle varie città, nel 1237 avrebbe potuto entrare in Padova, solo che lo avesse voluto, proclamandosi egli stesso signore della città; e se avesse voluto, avrebbe potuto, a meno di un mese di distanza, impossessarsi anche di Treviso. Questo implacabile pericolo si estendeva sino ai confini del patriarcato; il Patriarca allora, visto e considerato ciò, si rivolse all'Imperatore; ed in seguito, in cambio dei servigi resi, ottenne dallo stesso Imperatore la facoltà di sopprimere i più forti e ribelli vassalli. Poco dopo l'imperatore venne scomunicato dal Concilio di Lione e tale scomunica comportava l'interdizione e la rottura di ogni rapporto con lui.

Il Patriarca venne a trovarsi dunque tra due temibili avversari: da una parte Mainardo, Conte di Gorizia, nominato dall'imperatore capitano generale dell'impero, e dall'altra parte il terribile Ezzelino , che aveva ormai allargato il suo potere sino al Livenza. Al Patriarca Bertoldo non restava altro che legare con l'unico partito che allora gli sembrava sicuro: allacciare un solido legame con Venezia, la quale aveva tutto l'interesse ad impedire il rafforzamento del potere imperiale ai suoi confini (il Patriarcato), e di procurarsi nel Patriarcatoun fedelissimo alleato. La guerra tra il patriarcato ed Ezzelino da Romano imperversava, e dovunque s'ingaggiavano cruenti battaglie; Fagagna il 5 maggio 1248 ricevette l'ordine di rafforzare le fortificazioni e riparare i danni in precedenza subiti dalle armate di Ezzelino e Guacello di Prata di Por denone. Segui il 10 luglio dello stesso anno, la distruzione per rappresaglia, del castello di Cavolano sul Livenza da parte delle truppe del Patriarca e dei suoi alleati; lo stesso Patriarca diede battaglia nell'aprile del 1249 presso Gorizia alle truppe imperiali. In seguito il Pa triarca, al fine di accorciare i tempi di queste continue lotte, si alleò col Marchese d'Este e con il Conte di S. Bonifacio; ed inoltre si alleò con le città di Mantova, Brescia e Ferrara, anch'esse in guerra contro Ezzelino. L'Imperatore, visto ciò, ordinò al Conte Mainardo di Gorizia di occupare e sottomettere tutte le terre del Patriarca, ed inoltre istigò i suoi fedeli alleati in Friuli, Reinardo, preposito di S. Pietro di Zuglio in Carnia e Rizzardo detto il frate, fratello di Reinardo, ed allora pievano di Fagagna, a consegnare il castello di Fagagna nelle mani di Ezzelino da Romano. Nel 1250 Rizzardo, pievano di Fagagna, e il di lui fratello Reinardo costrinsero con la forza i loro parenti ed i nobili del castello a passare al servizio di Ezzelino.

Una sera d'estate dell'anno 1250 costoro presero accordi con Ulbino di Sbroiavacca, che aveva condotto nelle campagne sottostanti a Fagagna gli armati di Ezzelino, e li fecero entrare nel castello durante la notte per segrete vie. Costoro si diedero al saccheggio, uccidendo le guardie e chi si oppose; spogliarono il castello delle insegne del Patriarca ed inalberarono sulle torri quelle di Ezzelino. Alcuni giorni dopo le truppe occupanti lasciarono Fagagna ed allora su questa si scatenò implacabile l'ira del Patriarca tradito, che, ristabilito l'ordine in Fagagna, convocò a Udine il Parlamento friulano; presenti Bonacorpo Vescovo, Leandro Abate di Rosazzo, BeringerioVicedomino patriarcale, molti nobili fedeli ed altre illustri persone, ed alla presenza del popolo, dichiarò "irregolari e ribelli, bandendo dallo Stato, il Reinardo e Rizzardo, come traditori e nemici del Patriarcato di Aquileia, confiscando ad essi, e a tutti i loro parenti, i beni ed i feudi, privandoli di ogni dignità e beneficio qualunque. Il pontefice, allora Papa Innocenzo IV, dispone con bolla inviata al Patriarca di Aquileia, il conferimento della Chiesa di Fagagna e che tale sia goduta dal Capitolo della città di Cividale". Se mi sono dilungato su questo fatto è stato per illustrare ampiamente gli eventi che portarono Fagagna a macchiarsi di questo tradimento che per i secoli successivi ebbe conseguenze nella storia del nostro paese. Nel 1718 il Conte Pietro Asquini, procuratore della Comunità di Fagagna, aprì la causa presso il Senato di Venezia, contro il Capitolo di Cividale, per riavere il diritto di giuspatronato nella nomina dei Vicari di Fagagna; ma di ciò parlerò in seguito.

Nel gennaio dell'anno 1251 il Patriarca ed il Conte di Gorizia giunsero ad un trattato di pace, che fu stipulato in Cividale; tuttavia la pace non fu duratura. Nel 1277 il notaio di Fagagna, certo Morando o Norandi, inviò un segreto avviso ad Ottone Viocente, arcivescovo di Milano, informandolo dell'intrapreso viaggio del Patriarca, Raimondo della Torre per la Germania, onde ottenere aiuti militari per una nuova guerra contro la Repubblica Veneta. Le lettere inviate, recavano il sigillo coll'impronta dei Villalta e, catturato il messo lombardo, al quale erano state affidate, costui confessò ogni cosa. Il Patriarca, lo stesso giorno della cattura, diede ordine di far troncare una mano, nel castello di Fagagna, al notaio Morando. Nel giorno 7 aprile del 1304 il castello di Fagagna fu assediato dalle truppe del Conte di Gorizia, che entrato con mille armati nel Friuli, recava gravi danni agl'interessi del Patriarca. Nel 1313 i d'Arcano incendiarono il castello del loro nemico, il nobile Pietro di Fagagna; il fuoco divampò, bruciandolo in gran parte. Nel 1328 il castello fu fortificato per ordine del Patriarca Pagano, signore della Torre, per resistere alle armate del Duca di Carinzia. Nel 1339, nonostante tale fortificazione, il Conte Enrico di Gorizia, occupò il castello di Fagagna assieme ai castelli di: Savorgnano,Tricesimo, Buia, S. Daniele, commettendo nel corso delle operazioni militari relative all'occupazione, massacri e stragi atroci. Nel 1350 lo spietato Conte Mainardo di Gorizia congiurò per fare uccidere il Patriarca Bertrando di Saint Genies; parteciparono alla congiura molti castellani del Friuli, e tra gli altri: Simone di Castellerio, Guglielmo di Colloredo, Rainardo di Prampero, Giacomo Savorgnano, Simone di Valvasone ed i nobili di Spilimbergo. Il giorno 7 giugno dello stesso anno, nella piana della Richinvelda, fu teso un agguato al Patriarca, di ritorno dal Concilio di Padova; gli armati si scagliarono contro il corteo e la scorta del Patriarca. Carlevario di Fagagna, Federico Savorgnano, Gherardo di Cuccagna con altri Udinesi, si serrarono in cerchio attorno al Patriarca, e nonostante la strenua resistenza, lo uccisero. Ciò che rimase della scorta del Patriarca fu incarcerata.

Fagagna non partecipò a questo eccidio; tanto che Carlevario di Fagagna fu incarcerato dai congiurati in Spilimbergo e venne rilasciato l'anno seguente per opera del successore del Patriarca Bertrando di Saint Genies, il Patriarca Nicolò I, figlio di Giovanni, re di Boemia. Nell'anno 1361 i tre fratelli del Duca d'Austria, al comando di 12 mila armati, assediarono il castello di Fagagna; nella battaglia che segui, Fagagna riportò 40 morti e feriti. Dopo otto giorni si stipulò un trattato di pace nel castello di Fagagna col Patriarca Lodovico della Torre; gli armati allora se ne andarono, ritornando dall'Imperatore. Il giorno 29 luglio dell'anno 1365 morì il Patriarca Lodovico della Torre e, prima della nomina del suo successore quale Patriarca, di Marquando di Randek, venne eletto, pro tempore, successore, il Vice Domino del patriarcato, Francesco di Savorgnano, che dichiarò guerra all'esercito del duca d'Austria Federico; e dopo varie battaglie, lo sconfisse nelle campagne sottostanti a Fagagna. Nel novembre del 1411 Sigismondo imperatore, inviò in Friuli 12 mila ungheri, capitanati dal fiorentino Pippo Scolari. Essi assediarono Cividale, bruciarono Vissandone, Biessano e Lavariano. Il 6 dicembre dello stesso anno entrarono in Udine. Gli udinesi resero loro festa e fecero grande baldoria per evitare il peggio. Il 7 dicembre questi stessi armati furono alle porte di Fagagna, che resistette tenacemente, riportando gravi perdite e danni; il martedì 8, Fagagna dovette arrendersi sotto i colpi infertigli dal nemico, che, devastato il castello, si diresse verso S. Daniele, proseguendo poi per la Carnia e Tolmezzo. Ritornarono nell'anno successivo - 7 aprile 1412 - ed ancora negli anni 1418 e 1419; e Fagagna, dove restava ben poco da saccheggiare,non fu più toccata. Nel 1420 Fagagna, come il resto del Friuli, si sottomise alla Serenissima Repubblica Veneta, issando sul castello il vessillo del leone di S. Marco, murandone l'effigie sul frontale del palazzo della Comunità, come ancor oggi può vedersi.

Tale palazzo fu costruito alla metà del 1400 sui resti di altri palazzi distrutti. Durante il dominio della Serenissima il Castello ebbe diverse avventure; diverse volte ospitò il luogotenente della Patria, il quale oltre che nella abituale dimora di Udine, dimorò anche nel castello diFagagna, Gemona e San Daniele; nel castello di Fagagna si riuni più volte il parlamento della Patria. Nell'anno 1550 il Castello cominciò a cadere in rovina, perdendo cosi il suo antico splendore. I nobili consorti De Lorenzi ed Asquini preferirono abitare nel borgo sottostante; ad abitarlo rimase, per ancora due secoli, la famiglia dei Varmo, unica rimasta come famiglia nobile nel castello. In seguito poi la proprietà dei Varmo fu venduta ai Foscari, che tutt'ora la posseggono. Il decadimento del castello andava via via aumentando, tanto che, dopo la caduta della Repubblica Veneta, con vandalismo ed incoscienza, si asportarono le pietre lavorate ed i materiali del castello per costruire alcune case dei borghi sottostanti: il castello si trasformò pian piano in un cumulo di macerie. Nel castello, prima della sua rovina, avevano le abitazioni i nobili consorti; in esso vi era anche il palazzo, dove si radunava il Consiglio della Comunità (questo in anni successivi al 1000), l'oratorio dei castellani, costituito da una chiesetta, dedicata a 5. Michele Arcangelo, e fino al 1250 vi abitavano i Vicari Curati di Fagagna ed i pievani. Per accedere al castello vi erano tre porte: una detta Porta di Borgo o Centa; l'altra detta Porta Ferrea; e la terza detta Porta di Carnia. Il castello era composto da diversi edifici, alcuni facenti parte delle mura di cinta; vi erano anche tre torri, una delle quali adibita a prigione ed in seguito a torre campanaria. In origine si accedeva a questa torre da una scala in legno posta all'esterno, che saliva al terzo piano per poi ridiscendere sino al piano terra, adibito a prigione; alla quale prigione si accede va, calandosi dall'alto; l'apertura della porta al piano terra fu fatta sotto il dominio della Serenissima, quando la torre venne usata per altri scopi. A testimoriare l'esitenza e la grandezza del castello restano i ruderi delle mura, una porta ed alcune abitazioni, che furono costruite sui resti di quel che era il castello ancor prima dell'anno mille. Le fondamenta della torre campanaria risalgono a epoca più remota, quando il castello si limitava alla sola zona più alta di tutta l'attuale circoscrizione, ed aveva un'unica porta in cima alla salita che dà sul piazzale.

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