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Castelli, fortezze e manieri

Chiesa-Grotta fortificata di S. Giovanni d'Antro

Il primo abitante della grotta d'Antro fu probabilmente un anacoreta vissuto fra il V e VI secolo, mentre le prime opere murarie vennero realizzate presumibilmente fra il 1100 ed il 1200. Della grotta si hanno però le prime citazioni scritte solo nel XVI secolo, esattamente nel manoscritto di Valvasone da Maniago Descrizione delle città grosse del Friuli. Appena fuori il borgo di Antro, piccola frazione di Pulfero che non tutte le carte segnalano, su una parete rocciosa del monte Mladesiena, si apre un antro, una spelonca, la cui parte iniziale è occupata da opere murarie sacre. All'interno della grotta vi è un doppio criptoportico, destinato per evacuare le acque piovane e per realizzare la galleria originaria. Quest'ultima, prima delle ristrutturazioni, dava modo alle persone di accedere all'edificio di culto situato nella parte superiore delle volte. L'archivolto delle due gallerie, entrambe lunghe 18 metri, è anche la base d'appoggio dei lastroni in pietra che costituiscono la pavimentazione del piano superiore. Ad oggi la grotta è stata esplorata per poco meno di cinque chilometri ed è composta da laghi, saloni e camini. All'interno delle cavità sono stati rinvenuti resti di mandibole, vertebre, denti umani, ceramiche di epoca preromana e resti umani di età medievale. Durante l'impero romano l'antro era parte integrante, insieme al vallo dei fiumi Erbezzo-Natisone e del castelliere del Barda, del sistema di difesa dei confini orientali, progettato dalla Regio X veneto-istriana. Nel corso delle invasioni barbariche la grotta venne utilizzata come ricetto per dare rifugio alle popolazioni locali. Tornando ai primi residenti della grotta, esiste un diploma dell'anno 889 che riferisce di come il re Berengario concesse al diacono Felice la chiesa di Antro, unitamente ad un casale ed ai pascoli circostanti l'antro. Oggi è rimasta una lapide, con epigrafi latine, che ricopre la tomba del diacono. Le più antiche opere murarie oggi visibili risalgono al periodo a cavallo fra il XII e il XIII secolo, allorquando la cavità venne adibita a fortilizio esterno di un allora sottostante castello. Venne anche creato il passaggio indipendente per le acque del torrente, il quale percorre la grotta, nonché un accesso verso l'interno della caverna. La parte alta delle gallerie veniva utilizzata come zona per la vita quotidiana delle guarnigioni militari, come deposito di viveri e come polveriera. Un primitivo sacello di origine longobarda è visibile in una rientranza della grotta. È nel XV secolo che la località di Antro assume la veste di esclusivo luogo di culto: da quel periodo iniziano i lavori per il consolidamento delle strutture esistenti e sarà costruita la scala esterna in pietra che conduce alla bocca della galleria. Nel 1547 il vescovo di Cattaro, Luca Bisanzio, consacra la ricostruita cappella dei santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. Altri lavori vengono ultimati alla fine del XVII secolo, quando il salone della grotta (conosciuto come Sala di San Lorenzo) diventa la chiesa maggiore. La cappella presbiteriale viene declassata di conseguenza a semplice cappella devozionale. Il salone della grotta è composto da un vano di circa 23 metri quadrati, alto quattro metri, e si raggiunge attraversando un arco a sesto acuto fatto di pietra calcare. Il soffitto è a volta stellata in stile tardo gotico-sloveno. Gli ultimi restauri del complesso risalgono al periodo fra il 1850 ed il 1950.

Castello di Albana

Il Cjastiel di Albane, come lo chiamano gli abitanti del paese, s'innalza sopra un piano roccioso, a nord del paese. Eretto nel XII secolo, Albana domina una valle circondata da basse colline che digradano verso sud, mentre a nord osserva una stretta gola circondata da monti che sfiorano i mille metri di altezza. Essendo questa strettoia punto di transito obbligato, si suppone che il castello e l'adiacente torre della chiesa della Madonna del Giorno, fossero fin dalla loro costruzione opere create a difesa della popolazione, probabilmente sorte sopra castellieri preistorici o arimannie di epoca longobarda. Del castello si hanno notizie certe a partire dal 1185, quando Pertoldo di Albana regala alla chiesa di Cividale i suoi beni. La donazione sarà motivo di tensioni fra il capitolo di Cividale ed il ministeriale del patriarca aquileiese Dietrich di Sacile. Successivamente borgo e castello divennero feudo del Conte di Gorizia. La proprietà ecclesiastica si è conservata immutabile fino all'invasione delle truppe napoleoniche, nel 1797. È nel 1319 che il conte di Gorizia conferma la proprietà del castello a Ermanno di Traburgo. Un secolo dopo, a creare confusione sul possesso dell'edificio contribuisce uno studio dello storico Giovambattista De Crollalanza, il quale afferma che la famiglia Waldsee-Mels di Colloredo di Montalbano ottiene beni feudali ad Albana nel 1340. Eppure, da documenti certificati si sa che il matrimonio tra Fiammetta, erede di Quanzone De Portis, e Giacomo di Mels, risale solo al 1483, cioè 143 anni più tardi. Giacomo della famiglia dei Waldsee-Mels-Colloredo, sempre secondo il Crollalanza, discendeva da un ramo della casata fuggita a Gorizia in seguito all'assassinio del patriarca d'Aquileia, nonché duca del Friuli, Bertrando De Saint Genies. Alla morte di Fiammetta de Portis, Giacomo di Mels si risposa con Negra Della Frattina che gli dà cinque figli, tutti divenuti signori di Albana e deputati della contea di Gorizia. Uno di essi, Giorgio, avrà discendenza avendo sposato Caterina di Zucco-Cucagna. Nel luglio del 1478, orde di turchi agli ordini di Iskander Beg e guidate da Jurij Fuchina, un traditore di Kobarid (Caporetto), devastano e depredano l'intera valle del Vipacco e la pianura che si estende da Gorizia a Cormòns. Poi, risalendo il fiume Judrio, le armate passano davanti al castello di Albana andando a ricongiungersi ad altre bande che attendevano a Ronzina, lungo l'Isonzo. Nel Cinquecento, alla scomparsa del Conte Leonardo di Gorizia, che non lascia eredi, la contea passa alla casa d'Asburgo e quindi al diretto controllo del Sacro Romano Impero. La Repubblica di Venezia, che dal 14020 era subentrata al patriarca di Aquileia nel controllo del ducato del Friuli, non gradisce il passaggio (transazione), così dal 1508 darà il via ad una serie di guerre contro gli austriaci che finiranno solo otto anni più tardi. Da registrare in questo periodo anche una violenta epidemia di peste e, nel marzo 1511, una devastante scossa di terremoto. Questa serie di eventi ridussero a rovina il castello di Albana. Successivamente, Albana venne ricostruito e ammodernato come residenza di campagna e non più come fortificazione bellica. La storia più recente riferisce che durante la Prima Guerra mondiale il castello fu requisito dall'esercito italiano che lo trasformò in un ospedale militare, ma nel 1916 una granata austriaca distrusse la torre nordorientale. L'edificio fu ripristinato a guerra finita dai proprietari, ma nel corso del secondo conflitto mondiale venne di nuovo requisito e occupato, in parte dai carabinieri ed in parte da famiglie sfollate dell'Italia meridionale, colpite dai bombardamenti alleati. Intanto, per il matrimonio dell'ultima discendente della casata dei Mels-Albana, il castello passa in eredità ai Gabrici di Cividale. Dal 1990, in evidente stato di abbandono, il castello di Albana diventa oggetto di contesa fra i proprietari ed il Comune di Prepotto, il quale invano vorrebbe acquistarlo per destinarlo alla pubblica utilità. Fortunatamente l'attuale proprietario, Leonello Gabrici, dal 2000 dà inizio ad una radicale ristrutturazione della costruzione. La pianta dell'edificio è di forma rettangolare, strutturato da un corpo centrale e da quattro torri angolari collegate fra loro da un muro, il quale a sua volta disegna due cortili interni. L'ingresso maestro si trova sul lato nord ed è costituito da un portone ad arco pieno, cioè a tutto sesto, situato al centro del muro di cinta. Sulla chiave di volta del portone campeggia ovviamente lo stemma della casata Mels. Sopra vi è una pietra con il Leone di San Marco. Ai lati dell'ingresso ci sono due torri dal basamento diverso. Quella nordorientale è rettangolare e quella a nord-ovest è quadrata. Dall'ingresso si entra nel primo cortile e quindi al palazzo-mastio. La parte più antica dell'edificio è esposta ad est. Una sala con soffitto a travatura contiene un caminetto di fine '500. In una sala contigua, ma più piccola della precedente, vi è un soffitto a crociera del XVI secolo. La sala centrale invece, risalente probabilmente allo stesso secolo, ha una volta lunettata. Viceversa, la facciata verso sud di Albana ha un solido contrafforte dal quale si accede al secondo cortile. Sempre a sud sorgono le altre due torri a pianta quadrata. Il castello poggia, come s'è detto, su uno zoccolo di roccia calcarea risalente al cretaceo e quindi è soggetto a fenomeni di carsismo. A riprova di ciò, dalla torre di sud-est si accede ad un cunicolo sotterraneo naturale che, secondo antichi detti popolari, dovrebbe condurre fino al torrente Judrio, che scorre ad appena duecento metri dal castello. Purtroppo il cunicolo è interrotto già a pochi metri dall'edificio, causa dei numerosi crolli susseguitisi nel tempo.

Castello della Motta di Savorgnano

L'ubicazione dei resti del castello della Motta è di indubbio fascino; immersi in una fitta boscaglia, i ruderi sono disposti sulla cima dell'estremità sud-ovest di un crinale, presso la confluenza di due corsi d¹acqua: il torrente Torre, che lo lambisce ad ovest e il rio Motta, oggi quasi asciutto, posto sul fondo di una stretta valletta sul versante orientale. I resti del castello, che nel punto più alto raggiungono quota 222 m, distano circa 1.5 km dall¹abitato di Savorgnano del Torre, posto a sud del castello (in comune di Povoletto), e 12 km dalla città di Udine. Attualmente il sito castellano è raggiungibile a piedi, con una certa difficoltà, sia da sud-ovest, attraverso un breve ma stretto sentiero, sia da nord-est, lungo un percorso di crinale che, con molta probabilità, corrispondeva all'antico accesso al sito (fig. 1 e 2). L'origine dell'insediamento, alla luce dei più recenti dati, viene fatta risalire al VII-inizio VIII secolo. Nel X secolo, la fortificazione è proprietà di un ecclesiastico (il prete Pietro); lo attesta il diploma di Berengario I (25 marzo 922) nel quale, per la prima volta, è citata la località (il castrum Saborniano). Non si conoscono i dettagli del processo di infeudazione del castello alla famiglia dei nobili di Savorgnano. La loro presenza non è documentata con sicurezza prima del 1257, anno in cui è citato Rodolfo di Savorgnano, figlio di un Rodolfo (senior) e fratello di Corrado (quest'ultimo nominato nel 1265 in un'investitura del patriarca Gregorio di Montelongo). Rodolfo, definito "tenace ghibellino" si schiera con il conte di Gorizia, contro il patriarca. Ciò implica, subito dopo la metà del XIII secolo, la perdita di diritti sul feudo. Ma le notizie documentarie a questo punto si rarefanno e le opinioni degli storici divergono. Alcuni sostengono che i Savorgnano discendenti da Rodolfo (senior) vengano sostituiti da nuovi feudatari, il cui capostipite è identificato con Federico di Colmalisio. Altri storici ipotizzano che i discendenti di Federico abbiano una relazione di parentela con il ceppo dei vecchi Savorgnano e si insedino nel castello insieme ai primi. Il castello è rimasto nelle mani di questa famiglia nobile, fra le più ricche e potenti del panorama feudale friulano, fino al suo definitivo abbandono avvenuto nel corso del XV secolo. Nel 1996 ha preso forma il 'progetto di recupero e valorizzazione del castello della Motta', frutto di una proficua collaborazione fra Università degli Studi di Udine e Amministrazione comunale di Povoletto (fig. 3). Le azioni che caratterizzano il progetto mirano ai seguenti obiettivi: - approfondire le conoscenze storico-archeologiche di un insediamento fortificato del Friuli e del suo territorio; - ottimizzare un cantiere-scuola (soprattutto per studenti di università con insegnamenti legati all'archeologia); - recuperare, tramite consolidamento murario ed eventualmente piccoli interventi integrativi, le strutture murarie e le superfici del sito; - diffondere sia al mondo scientifico sia al più vasto pubblico i risultati degli studi e delle ricerche. L'evidenza più antica sino ad ora venuta alla luce nel castello della Motta, è stata attribuita ad una sequenza di fasi di costruzione, vita e distruzione di un edificio che apparteneva ad un insediamento fortificato: una casa-torre di fine VII-inizio VIII secolo (periodo A) (fig. 4 e 5). La cronologia è dedotta dalla datazione di frammenti ceramici rinvenuti al suo interno, sotto uno strato di crollo relativo alla sua distruzione (anno 678 ± 90 anni). Anche tenendo conto del termine cronologico più recente (anno 768), si tratta di una datazione ben anteriore al documento dell'anno 922, in cui il castello è citato per la prima volta.

Ex Ossario Germanico di Colle Pion, Pinzano al Tagl.to

L'ossario di Pinzano è un mausoleo, rimasto incompiuto, che avrebbe dovuto custodire le spoglie di circa trentamila soldati tedeschi ed austriaci caduti nella prima guerra mondiale. Il governo tedesco scelse come sito di costruzione un colle denominato Pion, posto non lontano dal ponte di Pinzano, da dove si poteva godere una spettacolare vista sul Tagliamento. Il progetto dell'edificio venne completato nel1937, nel 1938 venne costruito un simulacro in dimensioni reali del mausoleo, in legno e canne, per valutare quale sarebbe stato l'aspetto dell'opera compiuta. L'anno successivo iniziarono i lavori di costruzione della struttura, realizzata inpietra. Per i lavori vennero utilizzati una sessantina di operai, molti dei quali pinzanesi, alle dipendenze di una impresa di Thiene specializzata nella costruzione di mausolei. I blocchi di rivestimento esterno provenivano dalla cava di Somplago, in comune di Cavazzo Carnico, mentre quelli per l'interno, di materiale più pregiato, provenivano da cave presso Verona. Queste pietre venivano trasportate in treno fino alla Stazione di Pinzano, poi con rulli fino alla cima della collina. I blocchi monolitici più grandi sono colonne del peso di circa 18 tonnellate, e dalle dimensioni di circa 6,4 x 1,4 x 0,8 m. I lavori, che proseguirono anche durante il conflitto mondiale, si interruppero in seguito all'armistizio dell’8 settembre 1943, ed il luogo divenne prima presidio di truppe tedesche, poicosacche. Nel settembre 1944 un gruppo locale di partigiani diede l'assalto alle postazioni, riuscendo ad espugnarle e sottraendo consistente materiale bellico. A differenza dell'ossario del Pordoi quello di Pinzano non venne mai terminato, nonostante la struttura principale appaia quasi completata. Questo anche a causa della posizione strategicamente importante del colle su cui sorge, che durante la Guerra fredda passò sotto il Demanio militare e fu fortificato. Finito il periodo di tensione, i militari se ne andarono ma l'edificio era ormai già coperto da alberi e rovi. A tutt'oggi versa in stato di abbandono, anche se recentemente è stata effettuata una pulizia dalla vegetazione ed il sito è stato messo in sicurezza dal Comune, in attesa di valutarne un possibile recupero.  

Castello di Udine

La prima notizia scritta sulle origini del castello risale al 983, quando l'imperatore Ottone II donò al patriarca di Aquileia il castrum di Udine.  Allo scorcio del XII secolo nella zona superiore del colle venne edificato il palatium patriarcale, con una torre triangolare. Essa era ancora dimora occasionale del patriarca d’Aquileia che a quell'epoca aveva sede a Cividale. A partire dalla fine del XIII, durante il patriarcato di Raimondo della Torre, si volle costruire un nuovo palazzo posto più a nord. La nuova costruzione, più grande e più lussuosa, fu dotata di una cappella privata e di un salone o caminata, utilizzato per ospitare i membri della nobiltà, del clero e delle comunità, ovvero il parlamento della Patria del Friuli, assemblea consultiva che affiancava il patriarca nelle funzioni giuridiche e amministrative. Colle del Castello - Foto di Ulderica Da Pozzo Il 1420 segnò la fine dello stato patriarcale con la sottomissione della Patria del Friuli alla Repubblica Veneta. Con questa data il castello cessò di essere sede del patriarca e successivamente divenne dimora del Luogotenente Veneto sino al 1797, data della caduta della Repubblica veneziana. Quanto si vede oggi alla sommità del colle è un imponente edificio cinquecentesco costruito successivamente al terribile terremoto che il 26 marzo 1511 fece crollare parte dei manufatti precedenti. La necessità di procedere alla parziale ricostruzione del Castello si trasformò ben presto in un progetto di rinnovo totale affidato all'architetto Giovanni Fontana, di origine lombarda ma abitante a Venezia. I lavori iniziarono molto alacremente, con la presenza contemporaneamente di ben 500 operai. La posa della prima pietra si ebbe il 2 aprile 1517. La fabbrica del castello, dopo questo iniziale slancio, subì un rallentamento, soprattutto per la difficoltà di reperire fondi, e il progetto originario dell’architetto non fu portato a compimento. Sulle pareti scene celebranti la grandezza di Udine e della Patria del Friuli affrescate da Pomponio Amalteo, Grassi, Francesco Floreani e Gianbattista Tiepolo. Il soffitto è decorato da riquadri lignei allegorici (opera di artisti diversi - XVI/XIX secolo); sulla sommità delle pareti stemmi con i nomi dei luogotenenti veneti al governo dal 1420 al 1797. Sopra l'edificio si trova la specola dei "guardiafogo", guardie cittadine che dovevano dare l'allarme in caso d'incendio. Superato l'atrio con volte a crociera, si nota, a sinistra, la foresteria che conserva affreschi attribuiti a Pellegrino da San Daniele ed opere d'arte lignea risalenti ai secoli XIV – XVIII. Nei sotterranei si trovano le segrete o antiche prigioni. Altri architetti subentrarono a dirigere la fabbrica, tra essi Giovanni da Udine - sue sono le rifiniture esterne e le decorazioni del Salone del Parlamento - che fu anche collaboratore di Raffaello Sanzio alle decorazioni delle stanze vaticane. Nel 1547 egli progettò una scala esterna che dal cortile del lato nord permetteva l’accesso al salone centrale. Una terza fase progettuale si ebbe alla morte dell’architetto Giovanni da Udine nel 1561, quando venne sostituto dal friulano Francesco Floreani che nel 1566 concluse alcuni lavori all'interno del Salone. Alla fine di quell'anno il vasto ambiente fu completato costituendo così un punto di riferimento per le iniziative di maggior prestigio per la città. Nel 1576 fu realizzata una scala interna per salire dall'atrio al Salone che  completa nelle linee essenziali il nuovo palazzo-castello. Tutto ciò che in seguito sarebbe avvenuto non intaccò in maniera sostanziale la struttura originale dell'edificio cinquecentesco terminato agli inizi del XVII secolo. Dopo la caduta di Venezia nel 1797 ad opera di Napoleone, un contingente di occupazione francese arrivò nella zona del Castello. Il 9 gennaio 1798, giunsero gli Austriaci, in base al disposto del trattato di Campoformido con il quale Napoleone cedette il Friuli all’Austria. Ma già nel 1805, conseguentemente alla pace di Presburgo, il Veneto fu ceduto nuovamente al Regno Italico e in base a questi accordi, i Francesi rientrarono in Friuli facendo del Castello caserma militare e carcere civile.   Chiesa di S.Maria, Colle del Castello - Foto di Ulderica Da PozzoNel 1814 la fine effettiva del Regno Italico comportò di nuovo la venuta degli Austriaci in Castello. Forse più per il suo carattere simbolico che per effettive ragioni di funzionalità, il Castello riacquistò nel periodo austriaco, durato oltre mezzo secolo, un’importanza prevalentemente militare. Tra il 1818 e il 1848 fu anche sede del Tribunale e delle carceri civili. Con la conclusione della III guerra d'indipendenza e l’annessione del Friuli all’Italia nel 1866, il Castello venne incamerato tra i beni demaniali dello Stato e dal 1906 divenne sede museale. Durante la prima guerra mondiale, mentre gran parte delle opere custodite in museo vennero messe in sicurezza, il piazzale del castello fu allestito con i mezzi della contraerea italiana per salvaguardare la città dagli attacchi nemici. Ma nel 1917, in  seguito alla battaglia di Caporetto, il Friuli fu invaso dagli austro-tedeschi i quali requisirono il Castello e ne fecero il loro quartier militare. Nel novembre del 1917 vi fu in Castello anche visita dell’imperatore germanico Guglielmo II che dal piazzale ammirò i territori occupati. Durante l’anno di occupazione, le collezioni museali subirono vari danni. Finita la guerra il comune rientrò in possesso dell’edificio e dopo necessari restauri fu riaperto al pubblico nel 1921 come sede delle collezioni museali. Alcuni avvenimenti storici e culturali contrassegnarono la storia del castello e dei monumenti del colle durante gli anni ’20 e ’30 del ‘900. Nel 1921, in occasione delle celebrazioni per il Milite Ignoto, sostarono all’interno della chiesa di santa Maria del Castello alcune salme di soldati esumati dai campi di battaglia prima di giungere alla Basilica di Aquileia, luogo finale ove avvenne la scelta della bara che fu portata a Roma all’Altare della Patria. Il 20 settembre 1922 Benito Mussolini espose in un famoso discorso il programma del governo che attuò dopo la marcia su Roma. Dal 1923, il piazzale del Castello funse anche da teatro all’aperto per opere liriche come l’Aida di Giuseppe Verdi, il Mefistofele e la Carmen. Nel 1924 vi fu invece la visita in Castello del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Negli anni ‘30 si tennero varie  cerimonie fasciste nel piazzale del castello.Porticato Lippomano, salita del colle del Castello - Foto di Ulderica Da Pozzo Con l’arrivo della II guerra mondiale si provvide nuovamente all’imballaggio delle opere che vennero custodite temporaneamente a Villa Manin di Passariano e a guerra finita, il museo fu nuovamente riaperto con la sezione archeologica, d’arte antica, le raccolte numismatiche e il museo del risorgimento. In seguito al terremoto del 1976 il castello subì gravi danni strutturali e fu riaperto solo nel 1980 con un nuovo allestimento. Attualmente il museo presenta al piano terra una sala con sculture lignee della Collezione Ciceri,  suddiviso tra piano terra e mezzanino il Museo archeologico, al piano nobile la Pinacoteca e il Salone del Parlamento, al terzo piano la Galleria di Disegni e Stampe e il Museo Friulano della Fotografia. Nel 1906 il castello divenne Museo e oggi è la sede dei Civici Musei; ospita una pinacoteca, il museo archeologico  , una biblioteca d'arte ed una fototeca. Le sale sono spesso sede di esposizioni temporanee.

Fortezza di Marano Lagunare

Secondo molti storici, la nascita della cittadina lagunare ed il suo nome sono legati all'Aquileia romana. Va ricordato che nel 181 A.C. ad Aquileia, oltre ad una colonia di soldati, arrivarono molte famiglie romane alle quali vennero assegante importanti località da controllare. Proprio dal nome di queste famiglie derivano i nomi di alcuni paesi friulani: Marano ha preso il nome dalla famiglia di Mario. Ancora oggi al centro del paese troviamo la piazzetta "Marii" che significa "di Mario". Prima Mariano, molti anni dopo Marano, mentre l'aggiunta di Lagunare è ottocentesca per distinguerlo da altri marano presenti nel regno d'Italia. Marano rappresentava per i Patriarchi un baluardo difensivo contro i nemici, in particolare quelli provenienti dal mare; tra questi c'era anche la Repubblica di Venezia che lo voleva conquistare potendo così dominare in maniera assoluta il Mediterraneo. Dopo la reggenza patriarcale, la fortezza passò sotto Venezia che la mantenne fino al 1797 risollevandola sia dal punto di vista militare, occupandosi di ampliare e rendere maggiormente efficienti le difese, che da quello amministrativo facendo rispettare statuti e regolamenti. Marano piaceva non solo a Venezia ma anche gli Imperiali da tempo la volevano conquistare ma ci riuscirono solo nel 1513 grazie alla complicità di un sacerdote interessato più alla politica che alla religione. Dopo 30 anni tornò sotto Venezia e vi rimase fino alla caduta della Serenissima perdendo lentamente gli splendori e la bellezza che aveva raggiunto dal XIV al XVI secolo. Con il passare degli anni le condizioni della fortezza sono andate sempre più peggiorando, durante l'Ottocento era diventato difficile anche viverci a causa di numerose epidemie che l'avevano colpita. Proprio per questo motivo nel 1890 l'allora sindaco Rinaldo Olivotto chiese ed ottenne l'abbattimento delle mura per problemi di salute pubblica in quanto le mura impedivano una sana e corretta aereazione all'interno della fortezza, favorendo così lo svilupparsi delle epidemie.

Palmanova, la città fortezza

Palmanova, citta’ di fondazione, ha una precisa data di nascita: 7 ottobre 1593. Tale data fu scelta dai rappresentanti della Repubblica di Venezia in quanto ricordava due eventi importanti nella storia della repubblica, il primo, di carattere religioso, era la ricorrenza di Santa Giustina, che diventera’ patrona della nuova città, il secondo, di carattere civile, era l’anniversario della vittoria di Lepanto sui Turchi il 7 ottobre 1571. Con la scelta di quest’ultimo avvenimento la Serenissima voleva lanciare un messaggio inequivocabile sulla funzione della nuova fortezza quale argine alle invasioni ottomane, non solo della repubblica ma dell’intera cristianita’. Palma rimase per piu’ di duecento anni sotto il dominio della Serenissima (1593-1797), fino a quando il generale Bonaparte la conquisto’. Dopo il trattato di Campoformido la fortezza entro’ nell’orbita dell’impero austriaco (1798-1805), per poi venire inserita, a seguito di conquista, nel Regno d’Italia (1806-1814). Dopo la caduta di Napoleone Palmanova rientrò a far parte dell’eterogeneo impero asburgico fino al 1866, con la sola parentesi dell’insurrezione del 1848, quando la fortezza subì un lungo assedio da parte delle truppe austriache. Con il plebiscito del 1866 Palmanova venne sancita la sua unione definitiva al Regno d’Italia. Durante la prima guerra mondiale fu sede di ospedali, magazzini e campo di addestramento truppe, con la rotta di Caporetto la città subi’ gravi devastazioni. Verso la fine della seconda guerra mondiale in fortezza ebbe sede (Caserma Piave) un centro di repressione antipartigiano. Nel 1960 il Presidente della Repubblica decreto’ Palmanova quale “Monumento Nazionale”.  

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