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Fatti di Storia

I Barbari in Friuli

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Quando muore Teodosio, nel 395 d.C., e l'impero viene diviso in due parti fra i suoi due figli, la occidentale ad Onorio e la orientale ad Arcadio, la crisi dell'impero è già in atto da almeno duecento anni.
Dopo il regno di Nerone non solo la successione alla massima carica dell'impero viene decisa dall'esercito, ma la vita stessa degli imperatori si svolge lontano da Roma impegnati come sono a difendere un confine immenso e sempre più. minacciato. Marco Aurelio muore a Vienna, Settimio Severo a York, Caracalla (assassinato) in Siria. I pannoni Aureliano e Probo, due "barbari" romanizzati, governano dai campi di battaglia sulle rive del Danubio, dove muoiono in battaglia Giuliano, Valentiniano e Valente. Diocleziano preferisce all'Urbe una villa-fortezza nei pressi di Spalato. È naturale che gli imperatori guerrieri, anche per grazia ricevuta nelle manovre della successione, sistemino militari e raccomandati dall'esercito nei posti della burocrazia civile, incapace di uscire dalla logica della corruzione, e pensino prima alla difesa militare che al dissesto economico, di cui la difesa, con il suo enorme costo in uomini e beni economici, é una delle cause principali. L'impero é in realtà, da duecento anni una enorme fortezza assediata, che contiene in sé anche le cause della resa. I "barbari", dapprima sterminati, poi tollerati, infine "federati" entro il "limes", non fanno altro che accelerare il declino di Roma. Non mancano, per la verità, uomini capaci di governare con sagacia. L'impero é forte ancora sotto Traiano, che si annette la Dacia e l'Arabia; risponde bene alle riforme economiche decise da Diocleziano e supera la crisi religiosa con Costantino: ma per un moto irreversibile si avvia verso la fine nonostante le "cure" di questi imperatori.
Gli storici sono concordi nell'indicare, fra le cause del crollo, le invasioni barbariche. Sarà bene però intendersi sul significato di queste parole.
I "barbari", innanzi tutto, hanno una civiltà diversa da quella latina, ma hanno un loro modo di vita, regolato da leggi e da usi. L'ambiente naturale in cui vivono (le gelide pianure dell'Europa centrale) non li invita all'insediamento: li spinge alla vita nomade, alla caccia e. quindi, alla guerra, dapprima fra tribù, poi contro l'Impero che a sud chiude la via del Mediterraneo. Oltre il "limes" si verificano dei fenomeni di pressione e di migrazione che obbediscono al seguente schema: quando una tribù più forte "spinge" una più debole, questa deve spostarsi alla ricerca di una nuova terra. I Quadi e i Marcomanni, ad esempio, premono contro il confine dell'Impero verso la fine del secolo secondo perché dal Baltico i Goti scendono verso sud. L'ondata gotica, seguendo i grandi fiumi gira poi a sinistra verso l'immensa Ucraina, dove la terra in realtà non manca; ma loro, che preferiscono all'agricoltura il bottino, la preda, si avventano a più riprese contro la Dacia romanizzata nella quale penetrano, con altre torme, verso la metà del terzo secolo. L'impero reagisce ancora bene, si difende, li respinge. Ma quando i Goti, spinti a loro volta dagli Unni, cercheranno scampo oltre il Danubio, cioè entro i confini dell'Impero, sarà veramente il principio della fine. "L'impero barcolla, esausto. Quello sforzo di secoli - scrive Elio Bartolini nella sua monumentale pubblicazione "I Barbari" sembra aver provocato una sorte di selezione all'incontrario, lo "sterminio dei migliori" (Seeckt).Certo che "quel giorno", si potrebbe dire con le parole di Jordanes, "pose fine alla fame dei Goti ed alla sicurezza dei Romani".
Lo scontro decisivo, ad Adrianopoli, oltre il Danubio. non avviene fra Romani puri da una parte e Goti puri dall'altra. L'esercito imperiale ha spesso dei generali di origine barbara, perché i Romani non riescono neanche a fornire uomini bastanti per quadri di comando. I barbari forniscono anche sottufficiali e legionari. Ed é sorprendente vedere questi uomini lottare con vera perizia militare, appresa alla scuola romana, contro loro consanguinei che, sospinti dalla fame, tentano di penetrare nella penisola italiana, poco popolata ormai. ricca solo di città semideserte. Lo stesso Teodosio lascia suoi figli alla tutela del generale vandalo Stilicone, che è in realtà il padrone militare della parte occidentale dell'impero.
Lo stesso Alarico é un barbaro che ha imparato la vulnerabilità della parte orientale d'Italia militando sotto Teodosio! Egli tenta per due volte la via d'Italia. Nel 401 d.C. batte al Timavo Stilicone che arretra, espugna Aquileia e prosegue verso Pavia, il quartiere generale del suo nemico. Stilicone, a sua volta lo batte sul Tanaro e nei pressi di Verona, ma gli permette di ripassare le Alpi, forse perché é meglio che i Goti, federati dell'impero d'Occidente, rimangano ai limiti dell'impero d'Oriente! La seconda volta si muove dopo la fine di Stilicone, assassinato per volere di Onorio, che passa la vita a Ravenna.
Alarico si muove senza un piano preciso: forse vuol soltanto legalizzare la presenza dei Goti nell'Impero, oppure vuole per sé le Gallie. Sa però che l'impero è assai più debole dell'altra volta, che Stilicone non c'é più, che il secessionismo è di moda. Entra in Italia per la valle della Sava e del Vipacco, evita una inutile perdita di tempo nell'assedio di Aquileia, passa al largo dell'imprendibile Ravenna e punta direttamente su Roma. La sua è un mossa tattica: minaccia Roma per ottenere da Onorio una regione in cui insediarsi o qualche altro prezzo. Visto infine che Onorio è sordo ad ogni appello, il 24 agosto del 410 d.C., Alarico entra in Roma dalla porta Salaria alla testa dei suoi Visigoti. Il sacco di Roma "ha la grandiosità scenografica, ed insieme la semplicità riassuntiva e indubitabile, dell'ultima battuta d'una tragedia" (Bartolini).
I barbari hanno capito che il mito dell'invulnerabilità dell'Italia è infranto par sempre. Valicando le Alpi possono puntare addirittura alla conquista del potere su tutta la penisola che però, per quanto affascinante possa ancora apparire, non è più il centro del mondo "allora conosciuto". L'Italia li alletta anche perché si aggira per l'Europa lo spettro degli Unni e le Alpi appaiono ai Goti una difesa più efficace del Danubio.
Le prime invasioni gotiche (fra le due spedizioni di Alarico c'era stato il tentativo di Radagaiso che, alla testa degli Ostrogoti, voleva penetrare in Italia dalla Rezia, trovando però in Stilicone un ostacolo insuperabile), avevano portato la desolazione in tutta la pianura friulana. Aquileia era indebolita, ma conservava una certa importanza strategica. Alla morte di Onorio (423 d.C.), infatti, la Città serve da quartiere generale a Galla Placidia e a Valentiniano III che. provenienti da Costantinopoli, lottano per la successione contro l'usurpatore Giovanni. E nel 452 d.C.la Città tenta di resistere all'assedio degli Unni che. respinti in Gallia dal generale Ezio (altro barbaro romanizzato), entrano in Italia per la via aperta da Alarico. L'assedio fu talmente lungo che finì per estenuare gli stessi assedianti i quali avevano deciso di togliere le tende. Ma, secondo una leggenda narrata da Procopio, Attila capì che i difensori dovevano essere allo stremo delle forze quando vide uno stormo di cicogne che fuggivano dalla città con i loro piccoli. Decise allora di resistere e, alla fine, poté entrare in Aquileia, che fu incendiata. Quelle fiamme suscitarono una commozione ed un orrore pari a quelli del sacco di Roma, ma furono solo il colpo di grazia per una città che era già condannata dai mutamenti intervenuti nelle correnti commerciali come diretta conseguenza del mutato equilibrio politico, prigioniera di una terra che aveva ormai perso anche il ricordo della splendida agricoltura degli antichi coloni, soggetta ad un grandioso fenomeno di bradisismo (abbassamento naturale del suolo) ed al conseguente impaludamento. Quando Attila entrò in Aquileia trovò una città deserta. perché tutta la popolazione civile era fuggita a Grado. (Se è vero che la storia si ripete, si può tracciare un parallelo fra la Aquileia del V secolo e la Trieste del secolo XX. Entrambe le città si sviluppano intorno ad un porto emporio che ha per retroterra l'Europa danubiana. Entrambe le città decadono irrimediabilmente non appena la storia muta l'assetto politico della Mitteleuropa, deviando le correnti degli scambi commerciali. Trieste non cade in rovina come Aquileia perché tempi sono mutati, ma per il momento deve rassegnarsi a vivere sotto la tenda a ossigeno delle sovvenzioni statali).
Come è noto, Attila si ritirò dall'Italia accogliendo un esplicito invito di Leone Magno, ma ormai il caos era completo. Valentiniano III dal ridotto di Ravenna ordinò l'assassinio del generale Ezio, del quale era geloso, e, l'anno dopo nel 455 d.C., fu ucciso dai seguaci del generale. Il potere ormai non esisteva più, ma la lotta per la sua conquista fu accesa e violenta per altri venti anni, finché il generale erulo Odoacre si proclamare d'Italia nel 476 d.C.. È questa la data che segna, secondo gli storici, la fine dell'impero romano di Occidente.
Da quel momento però, per una legge storica che appare simile al movimento della vite senza fine, chiunque vorrà gestire il potere in Italia. si troverà nella scomoda posizione dei Romani: dovrà resistere all'urto di altri popoli che sognano la penisola del sole. E la prima esperienza tocca a Odoacre che, nel 489 d.C. viene travolto sull'Isonzo dagli Ostrogoti di Teodorico.
Quest'ultimo, fra carestie, alluvioni, lotte fra latini e barbari, vessazioni fiscali ed altre calamità, non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi di restaurazione imperiale e di pacifica convivenza fra Romani e Goti. e alla sua morte. avvenuta nel 526 d.C., scoppiò nuovamente il caos.
Approfittò del disordine politico italiano l'imperatore d'Oriente Giustiniano che, dopo aver sconfitto i Vandali e riconquistata l'Africa per l'Impero. volle prendersi anche l'Italia. I generali Belisario e Narsete dovettero impiegare diciott'anni, dal 535 al 553 d.C., per piegare la resistenza gotica e instaurare la dominazione bizantina in Italia.
In Friuli i Bizantini riattivarono le antiche strade. cercarono di dare impulso ai commerci, rinforzarono le fortificazioni all'imbocco delle valli alpine, dalle quali però si tennero a prudente distanza, perché erano sedi di attivi focolai di resistenza gotica ancora nel 563.
L'instabilità politica, accompagnata da crisi economiche, decadenza generale delle istituzioni civili, regresso della cultura, ed altri sconfortanti fenomeni, non poteva certo giovare alla chiesa aquileiese, i cui vescovi "si trovarono a dover affrontare la grave situazione sociale in cui si dibatteva la popolazione afflitta da tante calamità ed a destreggiarsi fra le sottili insidie della politica gotica, romana e bizantina. Nessuna meraviglia perciò che in tale ambiente maturino antagonismi e fermenti autonomistici" (Menis).
Nella prima metà del V secolo Aquileia fu ancora un centro di luminosa ortodossia. Il successore di Cromazio, Agostino, collaborò con il papa e con Sant'Agostino nella lotta contro i pelagiani; Ianuario fu a fianco di Leone Magno quando questi trionfò contro i pelagiani e i nestoriani. Ben si comprende quindi come possa essere stata entusiastica l'adesione del clero aquileiese alle decisioni del Concilio di Calcedonia che, nel 451 d.C., un anno prima dell'arrivo di Attila, aveva proclamato, in opposizione ai nestoriani e ai monofisiti, la fede cattolica in "un unico Cristo in due nature".
Il nostro cielo si oscura, invece, dopo il 452 d.C.. ma ancora dopo un secolo, Giustiniano troverà nel vescovo aquileiese Macedonio un granitico oppositore all'introduzione del monofisismo in Italia, e tanto basti per dimostrare la fedeltà della nostra chiesa alla ortodossia anche in tempi che ci appaiono veramente tragici.
Fu proprio Macedonio, tuttavia, che in compagnia del vescovo di Milano si sottrasse all'obbedienza di Rorna quando scoprì che il papa non era disposto a resistere alle pretese di Giustiniano.
L'imperatore aveva imposto al Concilio di Costantinopoli del 553 d.C. di esprimere condanna contro tre esponenti della scuola antiochena, detti tre capitoli, accusati di nestorianesimo dai monifisiti. La condanna suscitò l'unanime sdegno di tutti i vescovi occidentali e la loro deplorazione verso il papa che, dopo molte indecisioni. aveva finito per accettare sostanzialmente la condanna e, quindi, il sopruso dell'imperatore.
Quando papa Vigilio mori (555 d.C.) ed anche il successore riconobbe il Concilio di Costantinopoli, vescovi dell'Italia settentrionale. capeggiati da Macedonio e dal vescovo di Milano, determinarono un movimento scismatico, che in un primo momento si estese anche alla Gallia. Il successore di Macedonio, Paolino I, rese ufficiale tale atteggiamento con un concilio provinciale nel 558 d.C.e riuscì a resistere a tutte le sanzioni decise dal potere politico nei suoi confronti, evidente che lo scisma, determinato inizialmente dalla ferma volontà degli aquileiesi e dei milanesi di rimanere fedeli alla tradizione ecclesiastica più genuina, fu, poi, come spesso succedeva in quei tempi, trasformato in un affare politico e in una leva al servizio di ambizioni locali. Forse poteva essere risolto in poco tempo: durò invece dal 559 al 699 d.C.. Fu durante tale periodo che i vescovi di Aquileia si attribuirono arbitrariamente e in funzione antiromana il titolo di "patriarca" .

Dalle immense steppe dell'Europa e dell'Asia, dalle terre gelate del nord, scesero in Friuli attraverso i valichi alpini, le tribù selvagge e devastatrici dei barbari. Vennero distrutti i paesi, decimate le popolazioni, date alle fiamme le campagne ed i boschi, razziato il bestiame, usata violenza alla donne, trucidati gli uomini profanate le chiese, usate come bivacco e stalle per cavalli; vilipese le insegne cristiane, massacrati i vescovi ed i sacerdoti, lasciate alle spalle di queste terribili orde barbariche, rovine, terrore e morte. La loro invasione del Friuli iniziò dopo il secondo secolo d.C.
Marciarono sul Friuli:

  • i Quadi, i Marcomanni, i Narisci, gli Ermunduri, i Victoboli, i Sofibi, i Sicoboti, i Rosolani, i Bastarni, gli Alani, i Peucini, i Costoboci, i Vandali, i Sarmati;
  • nel 238 fu Massimino il Trace, detto l'usurpatore;
  • nel 401 fu Alarico, re dei Visigoti;
  • nel 404 fu Radagaiso, re dei Goti;
  • nel 410 ancora Alarico, re dei Visigoti;
  • nel 412 fu Ataulfo, re dei Visigoti, successore di Alarico;
  • nel 452 fu Attila, re degli Unni;
  • nel 476 fu Odoacre, re degli Eruli;
  • nel 489 fu Teodorico, re dei Goti;
  • nel 568 fu Alboino, re dei Longobardi;

Il Friuli fu ridotto ad un cumulo di macere; Aquileia distrutta da Attila. L'Impero romano è già decaduto un secolo prima e cioè nell'anno 476 d.C.
La leggenda racconta che sia stato Attila a far costruire il colle, dove adesso si erge il castello di Udine, trasportando la terra con gli elmi dei suoi soldati per ammirare da quella altura il bagliore del fuoco che arse la città. A Fagagna, nella località detta "Vendumies", cioè sui colli di Villalta, verso il sole di mezzodì, esisteva una chiesetta che la leggenda vuole sia stata distrutta da Attila. Ora in quel luogo si erge testimone un cippo, innalzato nei primi anni del XX secolo, che regge una croce in ferro alta oltre 2 metri; questo cippo reca una lapide con su inciso: qui sorgeva l'antica cappella di San Zenone, munifica persona volle eretta la croce perenne ricordo della redenzione nel XIX centenario.

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