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Fatti di Storia

I Franchi in Friuli

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La repressione di Carlo Magno fu durissima e colpi, oltre che i nobili, anche la chiesa di Aquileia che, come appare chiaro, si era notevolmente legata ai Longobardi, dai quali aveva ottenuto molle concessioni e privilegi temporali; concessioni e privilegi rinnovati dal re franco con diploma del 792.
Carlo Magno nominò nella carica di Patriarca di Aquileia Paolino, un uomo di sua fiducia, probabilmente di origine romana, e distribuì molte terre in beneficio ai suoi fidati che, dopo il giuramento di fedeltà, divenivano cosi suoi vassalli. "Con queste concessioni beneficiarie, scrive il Leicht, si introdusse in Friuli il principio feudale giacché esse prima temporanee e ristrette, si trasformarono a poco a poco in ereditarie, abbracciarono oltre a terre e castelli anche giurisdizioni e diritti pubblici d'ogni specie e divennero così veri feudi, concessi dal sovrano o da altri potenti ai loro seguaci".
evidente che tali misure, sommate a quella di imporre un duca franco quale reggitore della regione friulana, tendevano solo a dare stabilità a una terra che, agli occhi di Carlo Magno, appariva di grande importanza politico-militare in vista di nuove espansioni verso oriente. Il Friuli non aveva perso dunque la sua importanza difensiva sotto la dominazione carolingia: aveva perso tutte quelle cure civili ed economiche che i Longobardi avevano profuso con grande amore. E basti pensare ai guasti prodotti nella società, nella cultura e nell'economia dal feudalesimo, introdotto proprio dai Franchi, per capire che la dominazione carolingia determina e caratterizza un periodo di regressione per la civiltà friulana, che non é ancora riuscita ad amalgamare, in quel tempo, le eredità dei secoli precedenti.
Il Friuli divenne un'importante base operativa dalla quale i carolingi presero le mosse per la conquista dell'Istria nel 791 e per una spedizione in Pannonia contro gli Avari. Questi erano stati respinti nel 788 dopo che avevano recato nuova offesa ad Aquileia.
Carlo Magno affidò la corona del regno longobardo al figlio Pipino e il Friuli al conte Enrico di Strasburgo, un nobile che il Leicht definisce "valoroso". Fu appunto Enrico che, nel 795, espugnò il Ring, la capitale degli Avari, tornando in Friuli con i tesori conquistati ed aprendo a Pipino la via per la completa sottomissione dei pericolosi ed irrequieti vicini di casa. Pipino curò, in particolare, l'evangelizzazione degli Avari e, naturalmente, spostò alla Sava i confini della marca del confine.
Il nome di Pipino sopravvive forse nella lingua friulana. La tesi è sostenuta da Sandro Chierici, nella sua "Storia d'Italia e d'Europa", che scrive: "...il nome di Pipino è dato in Friuli ad un uccellino, che altrove é detto regolo, animaletto piccolo e voracissimo". (Il Nuovo Pirona, vocabolario della lingua friulana, scrive che il regolo viene chiamato repipìn e anche papemos'cin, ma non è certo che il primo appellativo ricordi il re dei Franchi. La pipìne, in friulano, è la bambola; e il vocabolario aggiunge che, in senso figurato, si può dire repipìn di un bambino vestito con civetteria).
Enrico mori tragicamente nel 799 combattendo contro una tribù ribelle dei Croati in Dalmazia e fu pianto da tutti i Friulani. Senza dubbio egli fu il saggio comandante di una piazza-forte situata nella zona più "calda" dell'impero di Carlo Magno, ma non fu solo un guerriero, se è vero che seppe andare perfettamente d'accordo con il patriarca Paolino e riuscì ad imbrigliare i feudatari friulani. La storia ci dice che le lacrime dei Friulani furono ben spese, perché dopo la morte di Enrico il Friuli si agita nella vana ricerca di un difficile equilibrio. Le liti del patriarca di Aquileia con quello di Grado all'interno, i Bizantini, Venezia, gli Slavi e il vescovo di Salisburgo (in lotta con il patriarca di Aquileia per i confini della diocesi) all'esterno, sono le forze che concorrono a rendere precario l'equilibrio della regione nei primi trent'anni del secolo nono.
La situazione del Friuli era così deteriorata che nell'828, se non fosse intervenuto direttamente l'imperatore Lotario I a respingere una incursione bulgara, la marca sarebbe stata probabilmente invasa e saccheggiata. L'imperatore depose per la sua incapacità il duca al quale sostituì Everardo, uno dei personaggi più importanti della corte imperiale. Il provvedimento è veramente saggio e fortunato per il Friuli, perché Everardo, che governa dall'836 all'866, riesce a liquidare con le armi i focolai di resistenza slava, elimina i contrasti interni ed ottiene la definitiva elevazione del ducato al rango di marca. Egli era anche uomo di cultura e generoso mecenate. La sua corte di Cividale splendeva non solo per la presenza di una grande biblioteca, ma anche per l'ospitalità che concedeva a molti uomini colti, fra i quali vanno ricordati il poeta scozzese Sedulio, il monaco sassone Godescalco, e il cardinale di San Marcello. Everardo, come si vede, continuava egregia mente la tradizione culturale iniziata da Pemmone e Ratchis un secolo prima, trasmessa ai Franchi dalla presenza e dagli scritti di San Paolino di Aquileia ed ereditata da una scuola superiore istituita a Cividale dall'imperatore Lotario nell'827.
Durante il dominio franco il Friuli fu sede di un evento memorabile. Nel 796 si riunì a Cividale (cioè nella Città che i Franchi chiamarono Civitas Austriae, città dell'oriente), un concilio, presieduto da San Paolino, che proclamò l'indissolubilità del matrimonio.
Già ai tempi di Everardo l'impero dava chiari segni di senilità. Nell'843 era stato stipulato un trattato che, dividendo in grandi fette la torta carolingia, gettava le basi territoriali degli stati dell'Europa moderna; e alla dieta di Tribur, nell'887, la decomposizione del cada vere era ormai completa. Si apriva cosi uno dei periodi più bui e torbidi del Medio Evo, nel quale il Friuli giocò un ruolo autonomo.
La marca del confine fu governata dai figli di Everardo per quasi sessant'anni: Unroc successe al padre e governò fino all'874. Fu poi la volta di Berengario, che governò fino al 924, e cinse la corona d'Italia nell'888.
Nonostante i tempi calamitosi, il Friuli conservò ancora una certa vitalità, ma poi dovette subire inevitabilmente la crisi di disgregazione che corrodeva le istituzioni di quel periodo. Berengario è in realtà un re infelice, costantemente impegnato a difendere il suo precario potere dalle brame di altri pretendenti: dapprima i duchi di Spoleto, poi Arnolfo di Carinzia. Dopo una dura sconfitta ad opera degli Ungari sul Brenta nell'898, deve battere un nuovo pretendente al trono d'Italia, Ludovico di Provenza. Nel 915 é incoronato imperatore da Giovanni X, ma nel 922 viene sconfitto a Firenzuola da un'alleanza di feudatari che sostiene Rodolfo di Borgogna. L'imperatore si ritira a Verona, dove muore assassinato dal suo vassallo Flamberto nel 924.
Quando l'ultimo dei carolingi friulani muore tragicamente, da venticinque anni ormai si abbatte sul Friuli il più spaventoso flagello della sua storia.


S. CHIERICI, Storia d'Italia e d'Europa, vol I°, L'Europa dell'età feudale, Bologna 1978.
G. ELLERO, San Paolino d'Aquileia, Cividale 1901.
C. G. MOR, Dal ducato longobardo del Friuli alla marca franca, "Memorie Storiche Forogiuliesi", 42 (1956-57).
P. PASCHINI, S. Paolino patriarca e la Chiesa aquileiese alla fine del secolo VIII, Udine 1906.

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