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Fatti di Storia

I Romani in Friuli

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Roma aveva capito che per allontanare da sé la pressione e la minaccia dei popoli dell'Europa centrale, doveva occupare stabilmente i territori dell'Italia settentrionale dopo ogni vittoria militare. Nascono così la colonia di Rimini nel 268 a.C., quelle di Cremona e Piacenza nel 218 a.C., di Bologna nel 189 a.C., di Modena e di Parma nel 183 a.C. Naturalmente, la fondazione delle colonie esige anche la costruzione di strade di collegamento, e così vengono progettate e costruite a tempo di record le famose vie consolari: la Flaminia nel 220 a.C., la Emilia nel 187 a.C., e poi le altre.
Il piano di colonizzazione romanizzatrice prevedeva la stabile occupazione di tutti i territori a sud delle Alpi e quindi anche della Carnorum regio, ossia del Friuli.
È infatti in questo contesto descrittivo che il grande Tito Livio si occupa per la prima volta della nostra regione e proprio dalla sua narrazione, certamente apologetica ma secondo autorevoli studiosi nel complesso attendibile, sappiamo che i Romani entrano in Friuli con un pretesto.
Correva l'anno 186 a.C., narra Livio, quando una tribù di Galli transalpini scese in Friuli per fondare una città nei pressi del luogo in cui sorge Aquileia. Roma diede quindi ordine al pretore Lucio Giulio di ostacolare la realizzazione del progetto dei Galli senza ricorrere alla guerra. I Galli non obbedirono all'ingiunzione di Lucio Giulio, per cui il Senato decise la guerra, e il console M. Claudio Marcello inviò le legioni contro la città dei Galli. Questi, però, si arresero subito e dovettero cedere le armi, che furono sequestrate. Una loro rappresentanza, ricevuta a Roma dal Senato, dichiarò che solo l'indigenza aveva costretto la tribù a passare le Alpi in cerca di un luogo incolto o deserto da occupare per vivere in pace, come dimostrava il fatto che si erano accinti a costruire una città e che, all'arrivo delle legioni, avevano preferito all'incerto esito di una guerra, la sicurezza di una pace, sia pure poco onorevole, sotto la protezione del popolo romano. La delegazione pregava pertanto il senato di non infierire contro una popolazione innocua, che si era arresa senza combattere. Il Senato rispose che Galli erano stati temerari ad oltrepassare le Alpi e ad invadere il territorio altrui senza il permesso di un magistrato romano; aggiunse che le Alpi dovevano considerarsi come un confine invalicabile, ma disapprovava il fatto che fossero spogliati delle armi e dei loro averi. Dispose pertanto la restituzione di ogni cosa e l'immediata partenza della tribù (che doveva contare non meno di cinquantamila teste, posto che gli armati erano dodicimila) per le terre dalle quali era venuta. Dispose anche l'invio in Gallia di una ambasceria per invitare quei popoli a non oltrepassare le Alpi.
Sempre secondo Livio, l'ambasceria ebbe cordiali accoglienze e i Galli anziani "disapprovarono l'eccessiva clemenza del popolo romano".
Dal racconto liviano si capisce che l'invasione dei Galli era una delle non rare invasioni pacifiche di quei tempi, ma non ci si spiega a quale magistrato romano e perché i Galli avrebbero dovuto rivolgersi per ottenere il permesso di edificare la loro città. Con ogni probabilità, i Romani erano alla ricerca di un "incidente" per estendere alla Carnorum regio il loro potere politico e militare. La stessa clemenza può avere un fondamento di verità se si assegna all'intera vicenda un carattere volutamente spettacolare e dimostrativo, cioè di una "montatura" per dare inizio ad un nuovo corso politico nei confronti dei popoli transalpini. Ma almeno in un punto la narrazione liviana appare inattendibile. Recenti scavi hanno rivelato a sei metri di profondità nel sottosuolo di Aquileia evidenti tracce di celticità, per cui é probabile che la città dei Galli fosse situata proprio dove sorge oggi Aquileia, non nelle vicinanze. La scoperta archeologica troverebbe conferma anche nel fatto che il suffisso -eia é senza dubbio celtico e non si vede perché i Romani, fondando una nuova città, avrebbero dovuto darle un nome celtico o celticizzato. II fatto che lo storico romano abbia alterato il racconto può essere dovuto ad una difettosa informazione oppure può essere determinato dalla preoccupazione di dimostrare la clemenza dei Romani. Questi d'altra parte erano convinti che la guerra è un mezzo, non il mezzo, per fare politica estera, e non è pertanto da escludere che le cose siano andate proprio come le racconta Tito Livio.
L'episodio dimostrava comunque che se Roma voleva evitare il ripetersi di invasioni, sia pure "pacifiche", doveva difendere le Alpi orientali. ed il Senato decise la fondazione della colonia di Aquileia nell'anno 183 a.C., cioè solo tre anni dopo l'entrata della tribù dei Galli. La fretta si spiega considerando che il confine era facilmente valicabile; ma le difficoltà da superare, che erano molte, non permisero che i lavori di "deduzione" fossero iniziati prima del 181 a.C. Una colonia era, infatti, una nuova città fortificata da costruire dal nulla, secondo un piano urbanistico funzionale, in posizione adatta alla difesa e, last but not least, da popolare con uomini romani o italici.
Scrive Livio, nel libro 40, 34 degli Annali:
"Lo stesso anno (181 a.C.) fu dedotta nel territorio dei Galli la colonia latina di Aquileia. I tremila fanti (che la costruirono) ebbero cinquanta jugeri di terreno ciascuno; i centurioni cento e i cavalieri centocinquanta. Alla deduzione provvidero i tre incaricati Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino".

M. BUORA, Lapide di Lucius Manlius Acidinus, "Civiltà Friulana", 1980.

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