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Fatti di Storia

La disfatta di Caporetto

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Venne combattuta durante la prima guerra mondiale ed iniziò alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917. Vide la rotta dell'esercito italiano contro quello austro-ungarico e tedesco. La sconfitta fu tanto pesante che il termine Caporetto è entrato nella lingua italiana come sinonimo di disfatta.
Dal 1915 al 1917 undici tremende battaglie sull'Isonzo condussero l'armata imperiale austro-ungarica sull'orlo della catastrofe. Cadorna, comandante supremo del regio esercito italiano, non era riuscito a sfondare, ma aveva logorato l'esercito austroungarico infliggendogli enormi perdite; una nuova spallata poteva diventare quella fatale. Era quindi necessario per gli Austro Ungarici reagire al più presto per liberarsi dall'abbraccio mortale delle armate italiane. A tal fine fu chiesta dagli austriaci, ed ottenuta, la collaborazione dei tedeschi che inviarono sul fronte dell'Isonzo alcune unità di eccellenza e degli ottimi comandanti, il generale Otto von Below ed il suo capo di Stato Maggiore Konrad Krafft von Dellmensingen, a capo della 14a Armata di cui entrarono a far parte anche reparti austro-ungarici. Con la XII battaglia dell'Isonzo iniziata alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917, meglio nota come battaglia di Caporetto, poco mancò a che gli imperi centrali conseguissero la distruzione completa delle forze armate italiane.

La battaglia

La data d'inizio fissata dapprima al 22 ottobre 1917, fu spostata di due giorni, al 24 ottobre, a causa delle insormontabili difficoltà di approvvigionamento, soprattutto nel settore nord (valichi e monti già innevati). Le ricognizioni aeree furono impedite dal cattivo tempo, semplificando la marcia di avvicinamento delle truppe ed evitando il disturbo dell'artiglieria nemica ai preparativi. Entro il 19 erano già pronte al fuoco trecento batterie dotate di munizioni per quattro giorni. Il 24 ottobre, alle 2.00 di mattina cominciarono i tiri dell'artiglieria lungo l'intero fronte, raggiungendo il massimo dell'intensità dalle 7.30 alle 8.00 quando entrarono in azione anche i lanciamine e lanciagas; la reazione dei cannoni italiani fu piuttosto debole. In quelle ore Badoglio trasmette via radio e in chiaro le sue posizioni che ovviamente sono subito bombardate, su questo episodio si espresse il generale di artiglieria tedesco von Berendt:
«Raramente l'artiglieria ha ricevuto in battaglia notizie così incoraggianti sull'effetto del proprio fuoco direttamente dal bersaglio.»
Appena cessata la tempesta delle granate, le truppe d'assalto si gettarono nelle trincee nemiche di prima linea, travolgendo i soldati storditi dal bombardamento o avvelenati dai gas tossici (in una sola grotta morirono intossicati tremila soldati italiani); l'attacco di sorpresa riuscì subito sull'intero fronte investito. In poche ore l'ala destra della 2a Armata fu distrutta. Già la sera del primo giorno risultò che erano state superate la prima e la seconda linea italiana. La battaglia era persa.

La sera del 25 ottobre ci si rese conto che le linee di difesa avanzate italiane erano in disfacimento; la conquista del Monte Stol era ormai sicura, probabile quella del Monte Mataiur, imminente quella del Monte Hum e Monte San Martino. Nelle prime fasi della battaglia di Caporetto si distinse un giovane tenente svevo, Erwin Rommel, che con il suo reparto conquistò il giorno 24 ottobre il monte Kolovrat, poi la cima del monte Kuk, infine il Matajur, postazione strategica per la difesa della valle del Natisone. La via verso Udine e la pianura friulana era completamente libera. Il giorno 26 concluse la completa rottura del fronte italiano, dando la certezza di una grande vittoria. Decisiva per l'ordine di ritirata del generale Cadorna fu la conquista della Punta di Monte Maggiore (a sud della Sella Uccea), fatta dal primo reggimento Kaiserschützen, perché essa costituiva a nord il pilastro d'angolo dell'ultima linea difensiva e quindi gli italiani non potevano più pensare ad una resistenza a nord.

Ora era decisiva la velocità, per togliere agli italiani la possibilità di organizzare efficaci contromisure. Era necessario quindi sopravvanzare le truppe italiane in ritirata per occupare i ponti sul Tagliamento prima di loro imbottigliandole così in una enorme sacca, per annientarle. Ma questo piano fallì e gli austro-tedeschi poterono oltrepassare il Tagliamento solo il 4 di novembre, dopo attacchi ben organizzati alle ultime sacche di resistenza, e continuare l'avanzata il giorno dopo. Si perdette tempo anche al nord per raggiungere la zona di Belluno-Feltre ed il corso medio del Piave, cosicché la 4a Armata italiana riuscì in gran parte a sfuggire alla prigionia e ad attestarsi sul Monte Grappa. Infine bisognò fermarsi al Piave a causa dell'intervento di truppe inglesi e francesi e per la scarsità di munizioni e di rifornimenti, data la grande distanza dalle basi di partenza.

In conseguenza dello sfascio del fronte isontino gli italiani dovettero sgombrare anche l'intera linea d'alta quota dalle Alpi Giulie e Carniche alle Dolomiti ed ai Monti di Fiemme, fino alla Valsugana.

Prigionieri della 2a Armata in piazza ad Udine

La pagina peggiore di Caporetto, oltre al successo delle truppe austro-ungariche e tedesche, fu quello che seguì: il caos sulle strade, l'assenza di coordinamento e di collegamento, le brigate accerchiate e lasciate al proprio destino, i soldati dispersi, i furti e le violenze. Quando le armate in ritirata giunsero sulle rive del Tagliamento, della Livenza e del Piave, lì sui ponti la ritirata delle truppe divenne un indescrivibile groviglio di uomini, carri, cavalli uccisi, colonne ferme per decine di chilometri.

Non sarebbe andata così se i comandi fossero stati capaci di organizzare la circolazione stradale, la trasmissione delle notizie e i rifornimenti.

La disfatta di Caporetto costò agli italiani 11.000 morti, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.

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