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Fatti di Storia

La Seconda Guerra Mondiale in Friuli

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La partecipazione dei Friulani alla seconda metà mondiale può essere riassunta - senza retorica - con la citazione di due date e di altrettante decorazioni: il 20 giugno 1942 Vittorio Emanuele III appuntò la medaglia d'oro alla bandiera di combattimento alla Divisione alpina "Julia" che, in terra di Grecia aveva saputo combattere con autentico sacrificio, offrendo se stessa sul crogiuolo di una compagna difficilissima. Il 19 settembre 1949 la presidenza del Consiglio del Ministri assegnò al Friuli, e per esso alla Città di Udine, la medaglia d'oro al valore militare perché:
"Fedele alle tradizioni dei padri, anelante a riscattarsi dalla tirannide e a rinascere a libertà, il popolo friulano, dopo l'otto settembre 1943, sorgeva compatto contro l'oppressione tedesca e fascista, sostenendo per 19 mesi una lotta che sa di leggenda (...)".
Abbiamo ricordato di proposito due episodi utili per testimoniare due comportamenti che possono apparire opportunistici o incoerenti solo a chi non conosce il popolo friulano e la sua filosofia della sopportazione e del sacrificio. Ma chi ha potuto apprezzare il profondo senso del dovere della nostra gente, abituata da secoli a sopportare guerre e a resistere ad invasioni per conservare se stessa, capisce, o meglio "sente", che non di due comportamenti diversi e opposti si tratta, bensì di una sola tenace coerenza, pagata a caro prezzo.
Dal '40 al '43 l'Italia fascista e livellatrice, impegnata a cancellare il regionalismo in nome dell'unità della Patria che non era in discussione e che fu lesa proprio dalle guerre di conquista del regime, trovò nei reparti che possiamo definire "regionali", cioè costituiti prevalentemente da uomini di una stessa regione storica, i punti di forza dell'esercito. La "Julia", la "Tridentina", la "Cuneense", erano divisioni fatte da uomini delle regioni alpine, che si conoscevano fin dall'infanzia e parlavano uno stesso dialetto. A Nicolajewka, il 26 gennaio del '43, si parlava dialetto per riordinare i reparti e tentare l'ultimo disperato sfondamento; e come scrisse Egisto Corradi nel suo La ritirata di Russia, alla vista di sei alpini che formavano ormai un blocco unico con la terra ghiacciata attorno ai resti di un fuoco spento, l'unico che aprì bocca fu un friulano che disse: "Chel can da l'ostie dal Duce!".
Fu una parte di questi uomini, citati all'ordine del giorno dell'Armata Rossa per il loro leggendario valore, che, dopo aver compiuto il loro dovere di soldati, salirono con molti altri sui monti della Carnia per compiere il loro dovere di uomini decisi a liberarsi dalle catene della tirannide e dell'occupazione. Furono ancora loro che, nella lontana Val d'Ossola, come in Carnia e a Nimis-Attimis-Faedis crearono le zone libere contro le quali si abbatté l'onda della spaventosa rappresaglia tedesca. La Resistenza assunse una dimensione regionale, nel nostro caso friulana, per tanti motivi geomilitari, ma soprattutto perché friulana era la gran massa dei partigiani. È per questo che gli ideali di pace e di libertà crebbero accanto all'ideale della friulanità negli anni in cui, come scrisse Chino Ermacora, "la Patria era sui monti".
La Resistenza ebbe anche il potere, per alcuni mesi, di realizzare una difficile convivenza e un'azione comune fra le due grandi formazioni partigiane operanti in Friuli: la "Garibaldi", di ispirazione comunista, e la "Osoppo", composta prevalentemente da democristiani e da aderenti al Partito d'Azione. Fu una breve primavera unitaria, sacrificata troppo presto al mito dell'ideologia e insanguinata dall'eccidio di Porzus.
Accanto al sacrificio dei combattenti non possiamo non ricordare i patimenti dell'intera popolazione del Friuli.
Oltre ai lutti provocati dalle operazioni militari e partigiane, e furono migliaia e migliaia di morti, dalla campagna di Francia alla campagna di Grecia, dal Don ad Alamein, dall'affondamento del Galilea all'operazione "Waldlâufer", attuata dai Tedeschi contro la zona libera della Carnia nell'ottobre del '44, non possiamo dimenticare i bombardamenti a tappeto contro le città situate sulle principali vie di comunicazione, come Udine, Latisana, Codroipo, Pordenone, Casarsa, Venzone, i mitragliamenti a bassa quota contro convogli civili, i treni carichi di deportati diretti ai "lager" tedeschi, le torture e le esecuzioni di partigiani o di ostaggi, il razionamento dei viveri e il mercato nero, il lavoro coatto per la "Todt" e le requisizioni. Commovente ed agghiacciante insieme è la rievocazione storica di Michele Gortani intitolata: II martirio della Carnia, una zona povera per sua natura e chiusa dai Tedeschi in un assedio che aveva come scopo finale la resa per fame. E come non ricordare le donne di Erto, Casso, Cimolais, Claut che scendevano alla Bassa a barattare castagne per granoturco o a vendere pochi oggetti in legno di un povero artigianato? Come dimenticare l'incendio di Barcis, di Nimis e di altri paesi, la devastazione di Forni di Sotto e di cento altre borgate, decisa dagli occupanti per rappresaglia? Come dimenticare l'invasione cosacca, gli stupri, le ruberie, il terrore, le vendette personali e tutto l'orrore che una guerra sa scatenare? Come dimenticare il sinistro significato che aveva in quel tempo terribile il nome della serena cittadina di Dachau?
A conclusione del capitolo, dopo aver considerato il costo umano della guerra ci pare opportuno esaminare il suo costo economico, sopportato dal Friuli sotto forma di danni.
Senza scendere in particolari diremo che il settore più danneggiato fu quello industriale, che subì un danno complessivo misurabile in 1,5 miliardi di lire di quel tempo. Il settore commerciale sopportò danni per mezzo miliardo di lire, il settore artigianale per poco più di cento milioni. A questi dati, ricavati in base alla statistica delle denunce, per danni di guerra e per concessioni di contributi, vanno aggiunti i danni veramente ingenti alle vie di comunicazione e quelli relativi alla distruzione di 51.000 vani.
Il quotidiano Libertà del 9 ottobre 1946 scrive: "Il tributo di Udine alla guerra é stato di quasi 3.000 abitazioni distrutte e ora su ottantacinquemila abitanti almeno trentacinquemila sono senza casa".
Un conto pesantissimo, senza dubbio, e tuttavia meno grave, per il sistema economico nel suo complesso, di quello che si ottenne sommando il valore dei danni patiti nel 1918.
Scrive Parmeggiani: "La seconda guerra mondiale produsse sicuramente nel tessuto industriale friulano minori guasti della precedente che ebbe, rispetto a questa, un minor effetto paralizzante sulla crescita del settore". Egli giustifica la sua affermazione sulla base delle seguenti considerazioni:
a) il Friuli non fu campo di battaglia nel senso in cui lo fu durante la prima guerra mondiale;
b) i Tedeschi, anziché asportate le attrezzature industriali friulane, come nel 1917-18, le utilizzarono in loco per i loro scopi bellici;
c) i bombardamenti angloamericani furono prevalentemente concentrati sulle vie di comunicazione;
d) la ritirata degli occupanti fu precipitosa; non ebbero quindi il tempo di predisporre e soprattutto di attuare piani organici di distruzione, anche perché l'azione svolta dai Comitati di Liberazione attraverso le truppe partigiane, valse a preservare dai danni della ritirata gran parte degli stabilimenti industriali e, in particolare, gli impianti idroelettrici.

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