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Fatti di Storia

L'emigrazione friulana

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In pochi altri periodi della storia del Friuli furono realizzate tante opere pubbliche e avviate tante iniziative private come nei venticinque anni successivi all'annessione all'Italia avvenuta nel 1866; eppure mai come in quegli anni l'emigrazione fu tanto intensa.
Procediamo con ordine.
Il governo italiano inviò in Friuli Quintino Sella, un uomo di superiori risorse intellettuali, che capi i Friulani e fu capito. Sicuramente la sua simpatia per il Friuli fu un fatto duraturo e positivo.
Il 12 settembre 1866, quando la pace con l'Austria non era stata ancora conclusa e il plebiscito del 2 ottobre era ancora incerto e lontano, veniva creato l'Istituto Tecnico di Udine, destinato a svolgere un ruolo determinante per la formazione dei quadri tecnici dei quali il Friuli I era sprovvisto. L'anno successivo entrò in funzione la Scuola Normale I femminile, dove le alunne imparavano anche nozioni di agraria e di bachicoltura. Altre scuole importanti come l'Uccellis, sorgevano negli anni successivi.
Nel '66 nacque anche la Società operaia di mutuo soccorso di Udine, che aveva promosso una scuola serale e domenicale di arti e mestieri. L'associazionismo si diffuse a macchia d'olio e cosi pure il cooperativismo economico. La circolazione delle idee era largamente permessa e favorita dalla tiratura di numerosi giornali.
Imponente fu la realizzazione di linee ferroviarie, a partire dalla Udine-Pontebba, iniziata nel 1873 e terminata nel 1879. Seguirono la Udine-Cividale nel 1886, la Udine-Palmanova-Latisana-Portogruaro 1888, la Mestre-Portogruaro-Casarsa nell'anno successivo, la Gemona-Spilimbergo-Casarsa nel 1890. Se a queste si aggiunge la Mestre-Trieste, costruita prima del 1866, si può ben dire che il Friuli fu di una rete ferroviaria fitta ed efficiente.
Nacquero anche le banche. Negli ultimi mesi del '66 furono aperte succursali di banche italiane, poi presero avvio imprese bancarie locali: nel 1873 la Banca di Udine, nel '76 la Cassa di Risparmio di Udine, nell'85 la Banca Cooperativa Udinese. La Banca del Friuli è dell'83, la Banca Carnica del '90. In provincia funzionavano, in quell'anno trentotto casse di risparmio postale e ben tredici cooperative di credito o banche popolari. Queste ultime erano ubicate a Udine, Latisana, Cividale, Codroipo, Sant'Andrat del Judrio, Buttrio, Casarsa e San Giovanni di Casarsa.
Fra il '78 e l'81 furono completati i lavori principali del canale Ledra-Tagliamento, un'opera che, come scrisse Tessitori, basta per dare un giudizio positivo della classe politica che l'ha voluta e realizzata. In linguaggio moderno si può dire che il Friuli fu dotato di tutte le infrastrutture indispensabili per tentare il "decollo" economico. Ma non basta. Con legge 19 aprile 1870, lo stato italiano decise l'abolizione di "tutti i vincoli feudali che ancora sussistono nelle province della Venezia e di Mantova aggregate al regno d'Italia" (così sta scritto nel titolo della legge), togliendo finalmente alla nostra agricoltura tutte le remore in precedenza esaminate.
La morte del feudalesimo e l'eliminazione dell'usura che, in mancanza di banche, strozzava i nostri contadini, avrebbero dovuto migliorare le condizioni degli addetti al settore agricolo, nel quale si sarebbe dovuto formare il risparmio necessario per avviare imprese industriali. Queste ultime potevano giovarsi delle ferrovie, delle banche, delle scuole che formavano i tecnici e, soprattutto, della presenza di una manodopera esuberante, ma intelligente e attiva, per una espansione produttiva necessaria per dare al Friuli un livello di vita aggiornato. Tutto questo poteva accadere, ma non accadde, se non in minima parte. Perché?
Perché i Friulani emigrarono in massa proprio in quegli anni? Perché molti emigranti abbandonarono il Friuli definitivamente e non tornarono più? Perché partirono persino nobili e bambini? Dipendeva questo dal mal governo, da imprevidenza politica o da nodi antichi che vennero improvvisamente al pettine?
Cerchiamo innanzitutto di farci un'idea qualitativa e quantitativa dell'emigrazione dei Friulani.
L'emigrazione temporanea o pendolare dal Friuli e dalla Carnia risale certamente ai primi anni della dominazione veneta. Sappiamo che si trattava di una emigrazione di artigiani, molto abili nell'arte della tessitura e del terrazzo, i quali andavano in Austria, a Venezia, a Trieste a mettere a profitto la loro arte durante le stagioni morte per l'attività agricola. Abbiamo anche visto che parte di questi emigranti poté trovare lavoro in Friuli durante il '700 e l'800 grazie a coraggiosi tentativi di industrializzazione. Ma a partire dal 1840 si diffusero la peronospora, l'oidium e la fillossera, tre malattie che fecero strage di patate e viti. La produzione del vino in Provincia di Udine, che era stata di 167.565 ettolitri nel 1841, scese a 10.955 nel 1860. E a partire dal 1858 la principale industria friulana, quella della seta, subì una grave crisi, causata principalmente da un cambiamento nella moda e da una malattia che colpi i bachi.
Gli industriali, per la verità seppero resistere durante gli anni delle vacche magre aggiornando tecnologicamente i loro impianti e aprendo addirittura nuove filande, cioè cercando di dare lavoro alla gente aumentando il numero delle fasi di lavorazione eseguite in Friuli. Non riuscivano però a lavorare a pieno ritmo per mancanza di mano d'opera! Perché dunque rifiutavano i Friulani il lavoro in Patria?
In realtà non lo rifiutavano. La crisi dell'industria serica era stata una gravissima sciagura economica soprattutto per i contadini, e tale sciagura ebbe inizio a partire dal 1858, quando l'agricoltura era ancora sotto il giogo feudale. La perdita di gran parte del reddito ottenibile allevando i bachi, ridusse moltissimi contadini all'indigenza e li costrinse ad emigrare. Se consideriamo poi che la crisi duri, un decennio, e che l'Europa offriva grandi possibilità di lavoro principalmente nel settore dell'edilizia, mentre l'America meridionale offriva buone possibilità anche nel settore agricolo, possiamo ben comprendere perché i Friulani furono costretti ad imparare in fretta nuovi lavori e ad allungare le distanze per guadagnarsi un pezzo di pane. L'Italia, quindi, arrivò tardi con il suo liberalismo, le sue scuole, le sue banche, e le sue ferrovie. L'Italia chiuse la porta della stalla quando i buoi erano già scappati; fece però in tempo ad imporre un dazio sull'esportazione della seta, che aggravò la posizione degli industriali. L'Italia introdusse anche la famigerata imposta sul macinato, che colpì soprattutto i contadini, e provocò alcuni tumulti. L'imposta sul sale e sui tabacchi, infine, diede grande impulso al contrabbando e spinse i contadini a consumare il sale destinato al bestiame, con grave danno per la loro salute.
La crisi della seta, che fece scemare il 70% circa del reddito prodotto dal settore negli anni di massima espansione, e la errata politica fiscale italiana non furono tuttavia le uniche cause del grande esodo. Gli studiosi del fenomeno migratorio sono concordi nell'individuare anche potenti molle psicologiche che trovarono un fertile terreno nell'individualismo autolesionista dei Friulani. Fu spinta al massimo, anche, in quegli anni la propaganda migratoria, ad opera delle compagnie di navigazione e di individui che avevano tutto l'interesse a far lavorare a cottimo squadre di operai friulani. Va tenuto anche nella debita considerazione il calo dei prezzi dei prodotti agricoli, che resero disperata e insanabile la situazione debitoria di tanti piccoli proprietari, che intravidero la salvezza solo oltre l'Atlantico. E l'esodo fu così massiccio che da conseguenza divenne causa del sottosviluppo economico del Friuli.
Partirono a frotte, a ondate imponenti. Assenze del 30 e del 40% della popolazione di un comune furono la norma di quegli anni. Non : pochi vendettero tutto e partirono definitivamente.
Cominciò allora l'emigrazione per la colonizzazione della Repubblica Argentina. Resistencia, la capitale del Chaco, fu fondata da Friulani giunti nel 1878. Colonia Caroya fu fondata da 180 famiglie friulane, delle quali centoventi provenivano da Gemona. Ausonia, l'attuale Avellaneda, fu fondata da 130 famiglie friulane con conquistarono il territorio dopo una lotta contro gli Indios. Soffrivano, naturalmente, di nostalgia, di oftalmia, di febbre gialla, ma continuavano a partire, anche perché il governo italiano nulla faceva per trattenerli: permetteva la propaganda migratoria, perché vedeva nell'emigrazione la "valvola di sicurezza" dell'economia di un paese sovrappopolato e perché cominciava a trovare comodo, per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti internazionali, il risparmio degli emigranti, le cosiddette rimesse. L'Italia doveva importare ferro, carbone, materie prime, ed esportava lavoro umano!
Se l'emigrazione definitiva era un fiume, quella stagionale era un mare. Con i maschi, a far la stagione in Austria, in Germania, e persino in Russia (all'epoca dei lavori della Transiberiana), partivano anche molte donne e numerosi bambini. Il lavoro infantile friulano, divenne cosi, anche più disagiato e crudele del solito. Si calcola che i bambini emigranti stagionali fossero in numero pari al 10-13% del totale degli espatriati, che superarono, anche negli anni del miracolo giolittiano, il 10% della popolazione del Friuli italiano.
Fra il 1885 ed il 1914 emigrarono definitivamente 92.419 Friulani (dato vicinissimo al reale secondo il Parmeggiani).
Pii difficile, invece, per tanti motivi, é la valutazione dell'emigrazione temporanea o stagionale, ma un dato è certo ed impressionante. In base al censimento demografico del 1911 risultano temporaneamente assenti 91.655 cittadini della provincia di Udine, che comprendeva allora anche il territorio della provincia di Pordenone, su un totale di 628.081 abitanti. Per lo stesso anno la statistica ufficiale fornisce un dato di 36.494 emigranti temporanei.
Sarebbe errato credere che il Friuli fosse una landa deserta di industrie. Accanto alle fabbriche che si dedicavano alle varie fasi della lavorazione della seta e dei cascami, nelle quali lavoravano circa 6.000 addetti, a maggioranza femmine, cotonifici, concerie, fabbriche di ceramiche, stabilimenti per la lavorazione del legno, industrie alimentari, e di altro genere coesistono in un sistema economico basato principalmente su un settore agricolo arretrato, che trova un equilibrio fra popolazione e risorse grazie all'emigrazione e che non riesce a decollare neanche negli anni del decollo dell'economia italiana, fra il 1900 ed il 1914.


G. DI CAPORIACCO, L'emigrazione dalla Carnia e dal Friuli, Udine 1983.

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